Visualizzazione post con etichetta baruffe chiocciotte. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta baruffe chiocciotte. Mostra tutti i post

sabato 26 luglio 2008

Consigli per gli acquisti

è estate, e d'estate cosa si fa a parte prendere il sole e mangiare gelato? Si legge. Si legge tutte quelle "porcate" che nel corso dell'anno non hai mai tempo perchè sei impegnato a leggere qualche dispensa sui dati sbarabaus, sulla statistica delle bolle di sapone ecc. Ora invece, i gusti di chiunque possono spaziare su quanto di più rilassante esista, anche se offensivo per l'intelletto umano: per qualcuno è "Novella 2000", per altri libri con soglia morti ammazzati minimo 5, altri ancora novelle da coma diabetico, infine chi opta per saggi stracciamaroni. Io faccio un misto di tutto, comprese queste quattro tipologie, ovviamente, per non farmi mancare nulla.

Se, come me, non rinunciate ad un bel giallo appassionante che per un giorno o due ti fa staccare da tutto il resto del mondo (ma che magari sia anche buona "letteratura" o ci si avvicini) cliccate questa pagina dell'Independent, in cui viene abbinato un buon noir a 80 luoghi del mondo, possibili destinazioni vacanziere. In Italia? La Firenze narrata nei romanzi di Michele Giuttari, la Sicilia di Andrea Camilleri e la Roma dell'inglese Michael Dibdin.
Anche a me piace tantissimo leggere storie ambientate in luoghi che conosco e che amo. Vi andrò dunque a proporre i miei abbinamenti, scegliendo luoghi un po' più casarecci:
siete a Genova? non perdetevi i libri di Bruno Morchio, narrenti le avventure di Bacci Pagano. Sono editi dai Fratelli Frilli, li trovate ovunque, sono tascabili e sono veramente imperdibili per sentirvi a casa.
siete a Bologna? ne dubito, ma vi consiglio comunque Lucarelli e il suo insuperabile Almost Blue
se siete immersi nell'appenino tosco-emiliano, il primo luogo vi invidio, in secondo luogo ciao Jacopo perchè sei l'unico che stai lì, in terzo luogo propongo i libri di Guccini e Machiavelli, come macaronì o un disco dei Platters per venire catapultati in un modo montagnoso e impervio, che lega il cuore e l'anima.

Quanto a letteratura abbinata ai luoghi, quest'anno sciacquo i panni in Arno; oltre a visitare gli Uffizi, infatti, mi dedicherò alla lettura della Divina Commedia. Due capolavori che, sebbene per gli stranieri siano decisamente meno accessibili, sono a volte da questi considerati con più interesse che da noi italiani. Che certo, ce ne gloriamo quando compariamo la nostra nazione ad altre, ma poi li lasciamo lì, in una stanzetta polverosa e nostalgica legata ai ricordi del nostro liceo. OT: per lo stesso filone, andrò anche a Bologna, che non ci sono incresciosamente mai stata, e mi dedicherò alla vicina Venezia ed alle sue gallerie.

Ma i miei conterranei pensaranno che, tra tanti luoghi geografici, io abbia dimenticato proprio casa mia. Beh, trovare un libro che mi parli della Vallesina è un po' troppo. Vi metto però questi due link. Il primo, vi porterà subito a casa e lo trovo bellissimo. Il secondo, riguarda una poesia dedicata al Marchigiano ed è di una tristezza immane.

Ho messo dei link pensando che non tutti saranno spaparanzati sulla spiaggia, ma qualcuno di voi sarà davanti al computer, forse anche a lavorichhiare, e avrà bisogno di qualche pausa in cui leggere qualcosa di interessante. Certo, ci sono sempre le fantastiche notizie di Yahoo, ma io vi aggiungo un altro "selected link" che piacerebbe al nostro gallo.

Infine, non c'entra assolutamente nulla con post ma lo scrivo lo stesso. Mio padre ha comprato un aspirapolvere. E voi direte chissenef... Effettivamente.
L'aspirapolvere precedente è stato dichiarato malfunzionante dal papi per motivi ancora da chiarire. Forse una perizia della parte avversa (mia madre) potrà fare luce sulle cause tecniche. L'oggetto del desiderio mio padre (che poi perchè uno debba volere quel robo non si sa) non era un normale aspirapolvere noooooooooooooooo, ma questo:




magari a voi non fa ridere, ma a me sì (più che altro un potrebbe regalare i soldi ai propri figli e sarebbero spesi meglio)

Infine, due selected link, questa volta spassosi: 1 e 2

lunedì 2 giugno 2008

Genova che si riscatta. Tettoia. Azzurro. Latta.

Genova sempre umana,
presente, partigiana.

Baruffe chiocciotte 12 [11]


Nella costante ricerca e dettagliato resoconto di tutte le espressioni artistiche che mi riportano nella mia Genova, oggi ci imbattiamo in Montale. In realtà Montale è un poeta che mi appartiene già dagli anni del liceo, in cui l’ho amato per tutte le impressioni sulla vita che mi ha regalato attraverso quelle sue frasi asciutte ma incredibilmente evocative.
Ma, se percepivo già da allora io e Leopardi appartenere allo stesso mondo, inteso dal punto di vista geografico, allo stesso modo sentivo Montale provenire da un mondo diverso, non certo fatto di morbidi colli e interminabili spazi al di là di una siepe.


In tante poesie, anche non espressamente ambientate a Genova, lo spazio è limitato da muri d’orto che, malchiusi, si aprono verso realtà nuove. Ad esempio “Meriggiare pallido e assorto” sembra essere ambientata a due passi da quella che era casa mia, appoggiata su una vecchia creuza di campagna stretta ai due lati da muri di calci a limitare le proprietà, le villette, gli orti.

“Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d' orto”


Ritrovo in questa poesia caratteristiche precisissime di tante volte che ho percorso quella strada: il sole che abbaglia e arroventa, riempiendoti di una voglia immane di riposare al fresco dell’ombra (meriggiare, appunto). E soprattutto quei tipicissimi cocci in cima a tutti i muri, economica e decisamente sicura protezione da scavalchi indesiderati, inequivocabile segno di una parsimonia tutta ligure.

"E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com' é tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia"

Montale ne fa una dolceamara metafora del vivere umano, attribuendo al seguitare dei travagli la stessa interminabilità dei muretti laterali delle creuze. Ma altra impagabile caratteristica di queste stradine, un tempo sistema viario portante del genovesato, sono i profumi, i fiori, le fronde sottratti dalla protezione dei muri e offerti alla nostra percezione. Sono gli odori dei fiori che arrivano dai giardini più belli, le viste rubate da qualche inferriata o portoncino d’orto, le piante rampicanti che riempiono anche i muretti dei loro fiori o gli alberi che sporgono alti al di sopra di essi. Fattosta che percorrere le creuze in primavera, deliziati dal vedo non vedo delle ville che le bordano, è un vero piacere della vita. Così, anche Montale, riempie le sue poesie dei momenti di sollievo tra un coccio aguzzo e un altro, che qualcosa di “malchiuso” permette di gustare, quasi per sbaglio, anche a noi umani destinati a tanto travaglio.

I limoni:

lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
[...]

Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l'odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
[...]

Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo dei cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarità.

Sprazzo da corno inglese:

(Nuvole in viaggio, chiari
reami di lassù! D'alti Eldoradi
malchiuse porte!)

Di quanto mi piaccia andare per creuze parleremo anche più avanti, sempre discutendo di un’altra opera.



Genova della mia Rina.
Valtrebbia. Aria fina.
Genova paese di foglie
fresche, dove ho preso moglie.




















[..continua..]

venerdì 23 maggio 2008

Genova di caserma. Di latteria. Di sperma.

I miei post su Genova avevano rotto le balle a tutti, tranne a che a Marta Vincenzi. Visto che il mio riassunto di libri/parole/immagini/esperienze che mi riportano magicamente in città non era finito, ma anzi mancavano ancora i pezzi migliori, ho deciso di far decantare. Di far sì che la vostra saturazione si trasformazze in curiosità. Ed ora, eccomi tornata con una formula spezzettata: molti più post, molto più brevi.


Baruffe chiocciotte 12[10]


Genova mia di Sturla,
che ancora nel sangue mi urla.

Genova d'argento e stagno.
Di zanzara. Di scagno.
Genova di magro fieno,
canile, Marassi, Staglieno.

Genova è una specie di bambina luccicosa, che ti squaderna quintali di immagini diverse in giorni che si susseguono tutte uguali. Ad esempio quei giorni di giugno tutti uguali fatti di pranzi all'Acquasola e ascensore del Ponte Monumentale. Giorni di autobus che infatti c'avevo l'abbonamento annuale. Ma i genovesi hanno troppe cose sotto il naso e, la maggior parte dei giorni, non ci fanno neanche caso. Campanili, mare blu accesi e tetti di ardesia scorrono davanti agli occhi in sottofondo come, in un film, una colonna sonora ch enon di fa particolarmente notare. Quelli sono i giorni tutti uguali. Poi ci sono i giorni diversi, che scopri una cosa all'improvviso. Quella cosa è stata da sempre sottomano o sotto gli occhi, ma sei cambiato tu. Questo, più o meno, il senso del film "Giorni e Nuvole", anche lui come "Agata e la tempesta" (commentato in precedenza) di Soldini e, naturalmente, ambientato a Genova. Un po' lento come film, a dirla tutta. Inquadrature che ti sciolgono dentro, scatenanti un'immensa voglia di tornare. Più che altro, son stata tutto il film a chiedermi il perchè del titolo. E poi ho capito dopo che forse sì, tutto il mio stare a Genova non è stato fatto di altro che di giorni. E nuvole.

Genova di grige mura.
Distretto. La paura.
Genova dell'entroterra,
sassi rossi, la guerra.

Genova di cose trite.
La morte. La nefrite.
Genova bianca e a vela,
speranza, tenda, tela.

[...continua...]

mercoledì 9 aprile 2008

Genova che non mi lascia. Mia fidanzata. Bagascia.

[baruffe chiocciotte 7,8,9]

Genova ch'è tutto dire,
sospiro da non finire.

Genova quarta corda.
Sirena che non si scorda.
Genova d'ascensore,
paterna, stretta al cuore.

Genova mio pettorale.
Mio falsetto. Crinale.
Genova illuminata,
notturna, umida, alzata.

Anche le città possono avere le ferite. La scorsa puntata di questa mia straziante serie di post (19 marzo) si conclude con il riferimento ad un maestoso brano sulla morte di un figlio e di una città. Questo sì, veramente straziante, ma in un altro senso. L'immagine potentissima dell'eredità del figlio nascosta in quella stessa città che adesso sta bruciando contro un cielo di fuoco, nella maccaia estiva. E, davvero, passeggiando nelle ferite della città non si può fare a meno di pensare alle eredità che la città nasconde per i suoi figli morti. è un'espressione che letteralmente non vuol dire niente, ma di una potenza evocativa incredibile per chi conosce e vive Genova. Perchè forse Genova stessa è un monumento aperto ai suoi figli caduti, alle sue rovine perdute, alle sue battaglie perse, alle sue ferite ancora brucianti.
Nella puntata di oggi parlerò proprio di queste sue ferite. Sotto le ricostruzioni, le cicatrizzazioni, i rabbellimenti, chi sente la città come un organismo riconosce le sue ferite mai davvero rimarginate del tutto.
In prima battuta, i colpi delle guerre. Quelle di ogni epoca, descritte dal brano precedentemente citate di De Andrè, o più specificatamente l'ultima. Riguardo all'ultimo conflitto mondiale ho letto "Storie dell'altro ieri": tra la quotidianità dei bambini, fatta di giochi, si ergono palazzi di cui rimane solo la facciata, il treno per il ponente come unica speranza di una madre, i binari del tram, simbolo dell'infanzia e della modernità, divelti e inservibili, le bombe che trasformano tutto. E allora eccoli, non ferite, ma veri e propri strappi, morsi nel tessuto urbano: interi quartieri divelti. Alcuni letteralmente amputati egli anni 60': Piccapietra, Madre di Dio. Cicatrici troppo evidenti in mezzo alla carne sana: il palazzo (credo RAS) a Caricamento. Tagli lasciati marcire troppo tempo prima di essere curati: il teatro Carlo Felice. Potrei fare un lungo elenco, e mi farmo qui.
["Tempo dell'altro ieri -Anni di guerra in Liguria", Corinna Praga, Fratelli Frilli. I primi capitoli sono pallosissimi, ma abbastanza "tinte pastello" per stridere, e tanto, coi colori forti della guerra. ]

Genova di mio fratello.
Cattedrale. Bordello.
Genova di violino,
di topo, di casino.

Genova di mia sorella.
Sospiro. Maris Stella.
Genova portuale,
cinese, gutturale.

Genova di Sottoripa.
Emporio. Sesso. Stipa.
Genova di Porta Soprana,
d'angelo e di puttana.

Poi ci sono altri posti, ad esempio una piazza, che porta il segno di una ferita, anche se nessuna maceria c'è o c'è mai stata: si chiama Piazza Alimonda. Piazza Alimonda è anche il titolo di una canzone di Guccini (che si conclude con questo verso "la traccia aperta di una ferita", per dire). Che poi la storia di sta piazza è già strana di suo perchè c'hanno traslato mattone per mattone un chiesone immane, che prima era in centro ma ostacolava la costruzione di Via XX. Incredibile.
Piazza Alimonda è la piazza più anonima dell'universo. Una chiesa. Aiuole. Il chiosco dei giornali. Il bar. Negozi. Il 45, dalla stazione a casa mia, che la attraversa. Niente di strano. Niente di diverso da tutte le altre piazze. Eppure ci sono storie che non si scindono così facilmente dalle due parole scritte sulla targhetta di marmo: "Piazza Alimonda". Dice Bacci Pagano, che chi è lo vediamo dopo, "Era trascorso poco più di un mese dalla tragedia del G8. L'evento che doveva mettere Genova in vetrina, e vendere i fasti della sua immagine al mondo. E ancora brucia il ricordo delle strade messe a ferro e fuoco da una violenza gratuita e senza scopo. Dei cortei avvolti dal denso fumo dei lacrimogeni. Dei feroci pestaggi della polizia. Dei lividi impressi sulla carne viva del buon senso come indelebili testimonianze di una sconfinata, brutale stupidità. E la città si portava dentro la morte di quel ragazzo come una ferita inutile. Evitabile. E proprio per questo, difficile da sanare. Ma quel dolore era il suo, e non voleva che se ne parlasse troppo. Quasi contenta all'idea che il mondo si sarebbe presto dimenticato di lei"

Genova di coltello.
Di pesce. Di mantello.
Genova di lampione
a gas, costernazione.

Genova di Raibetta.
Di Gatta Mora. Infetta.
Genova della Strega,
strapiombo che i denti allega.

Ho quelle urla ancora nelle orecchie. Di gente che vede devastata la stradina sotto casa dove portano a pisciare il cane, gente chiusa in casa coi bambini. L'urlo della ragazza la cui macchina, comprata coi risparmi, brucia.
Io non so chi è l'autore del documentario sul G8 che ha avuto l'idea di inframezzarlo con le telefonate dei cittadini che arrivano al centralino, impazzito, della polizia. So che quell'uomo è un genio. Non so come si chiama il documentario. So che l'ho visto su la7 e quella sera sono stata male come poche altre volte nella mia vita.
La guerra non è fatta solo di bombe che squarciano la città. Ci sono taglietti che la dissanguano come una ferita profonda di bomba. Sangue immotivato in via Casaregis, camionette rovesciate in Corso Torino, vetrine di Di per Dì e negozietti di sfigati spaccate in corso Sardegna, interi condomini sconvolti e atteriti in Piazza Merani (scuola Diaz), tombini tappati col piombo in Corso Gastaldi, violenza di morte intorno a Tommaseo e alle sue aiuole, muri di container in via Cesarea, salottino borghese, che bloccano la città come un laccio emostatico che, mi hanno spiegato, fa schizzare il sangue alle stelle se messo dal verso sbagliato rispetto alla ferita.
Violenza immotivata. Violenza gratuita. Violenza dalle due parti, che "sangue su sangue non macchia va subito via".

Non ho vissuto quel luglio. Ma ho vissuto quei posti, e tanto. E giuro che vederli macchiati di sangue, pieni di rovine di qualcosa che per qualcuno era prezioso, fa male, un male porco.

Prendete Piazza Alimonda e Via dei Biscotti o delle Fate. Indipendentemente dai loro alberi, dalle loro aiuole, dalle loro incoerenti ricostruzioni e riusi, dalla loro vita normale che ci passa dentro, che sia il 45 o una pizzeria, saranno rovine e lo saranno per sempre.

Genova che non si dice.
Di barche. Di vernice.
Genova balneare,
d'urti da non scordare.

Genova di "Paolo & Lele".
Di scogli. Furibondo. Vele.
Genova di Villa Quartara,
dove l'amore s'impara.


[..continua...]

mercoledì 19 marzo 2008

Genova di torri bianche. Di lucri. Di palanche.

Baruffe chiocciotte 12 [4,5,6]

Che poi, tutte le diverse idee di Genova, che riporterò una ad una, in molti casi, secondo me, si conoscono. E si confrontano tra loro. Citandosi a vicenda fino a formare un intreccio complicato di riferimenti: ci sono versi messi come dedica all’inizio del libro, altri messi in bocca al protagonista del libro, altri usati per descrivere luoghi.
Amare e capire chi ha amato la tua stessa città è un altro segno d’amore per la città stessa. Una specie di senitrsi parte di un amore collettivo per una creatura. Niente emoziona di più di una poesia o una canzone che sembra scritta apposta per la persona che ami. Il poeta sembra condividere con te lo stesso identico ardore, la stessa identica meraviglia. Invece è per un’altra. Ma chi se ne frega..

Genova in salamoia,
acqua morta di noia.

Genova di mala voce.
Mia delizia. Mia croce.
Genova d'Oregina,
lamiera, vento, brina.

Un po’ come quando persone diverse fotografano lo stesso posto, che il posto è sempre lui, ma è impresso diverso sulla pellicola. Di immagini della città, mi vengono in mente, tra tutte le svariatissime che ho visto, quelle di “Agata e la tempesta”. Quel film sarò andata a vederlo al Sivori, quel bel cinema in cima a salita Santa Caterina. O all’America di via Colombo, quell’altro che ti accoglie col pavimento patternato di vecchie locandine colorate, che ti fa pensare a quanti film vorresti vedere e non hai ancora visto. Invece no, era l’Odeon di Corso Buenos Aires.
(Corso Buenos Aires è uno dei posti più anonimi del mondo, ma rimane nel mio cuore per la successione di elementi che ho fatto diventare miei: le vetrine del negozio di scarpe che ha pure le Oxs, il gelato di Romoli con la sua panera (sigh!), la fermata del 44, la rosticceria di cui sbirciare i piatti del giorno, il cinema Odeon di cui scoprire la programmazione di settimana in settimana.)
Il film avrò deciso di vederlo proprio per la sua locandina vista tanti giorni di seguito dal 44: protagonista spaparanzata sulla sdraio su sfondo arancione. Di esso mi è rimasto, sfumato dagli anni, una vaga sensazione di piacevolezza della trama, immagini di Genova come sfondo alla vita, e l’evento chiave del film che avviene proprio in uno dei luoghi da me più calpestato, fotografato, visto.

Genova nome barbaro.
Campana. Montale, Sbarbaro.
Genova dei casamenti
lunghi, miei tormenti.

Genova di sentina.
Di lavatoio. Latrina.
Genova di petroliera,
struggimento, scogliera.

Genova di tramontana.
Di tanfo. Sottana.
Genova d'acquamarina,
area, turchina.

Allora, dicevamo, che sarà capitato anche a voi, no?, di ascoltare una canzone, o vedere un film, o leggere una poesia. E dopo un po’ vi accorgete che parla proprio di una persona che conoscete, e magari è anche quella che amate. E quelle parole non descrivono altro che i particolari di lui/lei che più amate-odiate-portate impressi dentro.
Quel Natale costrinsi i miei a regalarmi il cofanetto di cd di Mina da Del mio meglio 1 a Del mio meglio 9. Nell’iniziare quell’abbuffata un po’ indistinta di tante canzoni nuove da assaggiare tutte insieme, non era certo quella del cd n.4 in un’indistinguibile lingua che notai di più. Invece, poi mi accorsi che l’inesauribile Mina cantava in genovese, e cantava “Ma se ghe pensu”. Collezione un po' stereotipata di posti visti e rimasti nel cuore, e pensati nella lontananza. Anche se non sono un emigrato genovese da decenni in Argentina, avrò anch'io la mia lista di buoni motivi per tornare a Genova ogni tanto, se non altro perchè "riveddo o Righi e me s'astrenze o chêu" o "a séia Zena illûminâ" (che vogliamo parlare di quando è sera e dalla sopraelevata ti fai un'infilata di luci, quelle del porto, quelle delle finestre della palazzata, quelle della città aggrappata sulle alture immediatamente retrostanti? Mi ricordo quella sera che ho pianto. Ma lì era complice Sweet Child 'o Mine, dall'autoradio della cinquecento blu che tanto mi manca, e stavo considerando quanto ero una persona fortunata).


Genova di luci ladre.
Figlioli. Padre. Madre.
Genova vecchia e ragazza,
pazzia, vaso, terrazza.

Genova di Soziglia.
Cunicolo. Pollame. Trilia.
Genova d'aglio e di rose,
di Pré, di Fontane Masrose.

Genova di Caricamento.
Di Voltri. Di sgomento.
Genova dell'Acquasola,
dolcissima, usignuola.

Dai 15 anni, quando mi regalarono l’opera di De André, ai 19 “Creusa de ma” fu l’unico album che non mi cagai di striscio: era in genovese, non ci capivo nulla. Se lo ascoltavo mi scivolava addosso e non mi lasciava niente. Quando decisi di partire per Genova, iniziai a scoprirlo curiosa masticandone il significato con le traduzioni. Ma in fondo quanto potevano darmi canzoni che parlano di qualcosa che non conoscevo affatto?
È stato dopo, dopo che ho scoperto lei e l’ho vissuta, che ho captato un sincronismo strano tra città e brani. A parte il testo, che ok, è in genovese e parla di Genova. Sembra che la musica stessa abbia il ritmo della città vecchia, certi giorni, anche se ovviamente tra i vicoli non ci sono i musicisti a suonare la vastissima gamma di strumenti del Mediterraneo che Fabrizio usa. O forse è che le sue canzoni sono impregnate di Mediterraneo, e la città pure. E non tanto per la nazionalità di chi incroci in via Pré. Ma a prescindere. Sarà il ritmo suo intrinseco. Vedi, non se ne esce.
Ma anche Fabrizio, caro, l’aveva capito. Non a caso fonde nella musica i suoni del mercato del pesce. Allora è come se tu, mentre ascolti, vivi nella città. Che io me la immagino sempre piena di sole. Prima sbarchi giù al porto “ne sciurtìmmu da u mä pe sciugà e osse da u Dria a a funtan-a di cumbi 'nta cä de pria” (1) e ti ripari nelle solide mura della città, tenere e materne nonostante siano impregnate di unidità e salsedine. La città ti offre un ricco menù di cibi strani “paciûgu in aegruduse de lévre de cuppi” (2) e, alla faccia dell’accoglienza materna, esperienze esotiche più o meno succulente come la Jamin-a della seconda canzone (non traducibile qui..vedi mai ci leggesse qualche under 18…).
Ma anche se la città ti tiene tra le sue tette come la notte di Ligabue, un po’ porca un po’ mamma com’è, resti chissà perché vincolato a quel mare fortemente luminoso d’“'a corda marsa d'aegua e de säche a ne liga e a ne porta 'nte 'na creuza de mä” (3).
Se il solo attacco musicale di Creuza de ma, quello col piffero, basta a farmi sentire in Canneto il lungo, i testi altrettanto trasportanti di 4 ore di Intercity sono quelli di “città vecchia”, ma soprattutto “A’ cimma”, già citacchiata in altri post, e piena di sfumature e profumi “Ti t'adesciàe 'nsce l'èndegu du matinch'à luxe a l'à 'n pè 'n tera e l'àtru in mà” (4)
Finora ho parlato di situazioni idilliache legate alla città: rifugio, pesce, sesso. Ma la città raramente si dona così. Più spesso si raggruma in rovine di dolore.

"e doppu u feru in gua i feri d'ä prixúne
'nte ferie a semensa velenusa d'ä depurtaziún
perchè de nostru da a cianûa a u meü
nu peua ciû cresce ni ærbu ni spica ni figgeü


ciao mæ 'nin l'eredítaë
l'è ascusa'nte sta çittaë
ch'a brûxa ch'a brûxa
inta seia che chin-ae
in stu gran ciaeu de feugu
pe a teu morte piccin-a" (5)

Ma questa è un’altra storia. Fatta di tante, ripetute storie di guerra. E di questo ne parleremo la prossima volta.

Genova tutta colore.
Bandiera. Rimorchiatore.
Genova viva e diletta,
salino, orto, spalletta.

Genova di Barile.
Cattolica. Acqua d'Aprile.
Genova comunista,
bocciofila, tempista.


Genova di Corso Oddone.
Mareggiata. Spintone.
Genova di piovasco,
follia, Paganini, Magnasco.



[..continua...]

(1) usciamo dal mare per asciugare le ossa dall'Andrea

alla fontana dei colombi nella casa di pietra

(2) pasticcio in agrodolce di lepre di tegole (gatto)

(3) corda marcia d'acqua e di sale

che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare

(4) Ti sveglierai sull'indaco del mattino

quando la luce ha un piede in terra e l' altro in mare

(5) e dopo il ferro in gola i ferri della prigione

e nelle ferite il seme velenoso della deportazione
perché di nostro dalla pianura al molo
non possa più crescere albero né spiga né figlio


ciao bambino mio l'eredità
è nascosta
in questa città
che brucia che brucia
nella sera che scende
e in questa grande luce di fuoco
per la tua piccola morte.

lunedì 17 marzo 2008

Genova mia città intera. Geranio. Polveriera.

Sottotitolo: baruffe chiocciotte 12 [1,2,3]

Il titolo avrà fatto scappare il 90% delle persone, esclamando "Ancora?? Ma basta!!!". Delle restanti, metà saranno state scoraggiate dal sottotitolo. Se stai ancora leggendo credo tu sia Alessio, o Rotolino, o uno che non ha niente da fare, oppure sei un mio compagno SMID, che hai, se non niente, poco da fare. Ma il numero di lettori non mi interessa. La lunga serie di libri, parole, versi, musiche, esperienze, che descrivono la città che più mi apre il cuore al mondo, che proporrò immagino non sia il testo più facilmente condivisibile e fruibile tra quelli che io possa scrivere, ma parla di me più di quanto possa fare un mieloso post di confessioni e confidenze.

Genova di ferro e aria,
mia lavagna, arenaria.

Genova città pulita.
Brezza e luce in salita.
Genova verticale,
vertigine, aria scale.

Come si può scoprire una città, se non immergendosi nel suo passato? Capire chi l'ha costruita e perché, e da cosa. E chi e come l'ha modificata, ampliata, stratificata, distrutta e riedificata, quando e soprattutto perché. Corinna Praga, che dall'idea che mi son fatta di lei dev'essere una stramba nostalgica vecchietta, ti immerge in una visione della città non più sincronica, ma completamente diacronica. Voglio dire, non più un insieme di muri che è lì, in quel momento, così, ma un organismo che si evolve e si è evoluto, adattandosi ad ogni esigenza di ogni epoca umana.
Ogni città ha sicuramente vissuto queste successioni di trasformazioni, ma, a Genova, la conformazione del tutto particolare del territorio e la scarsità di spazi hanno reso questa storia urbana del tutto originale rispetto alle altre città, dando luogo a sovrapposizioni, soluzioni strane e ingarbugliamenti davvero affascinanti.
["Andar per caruggi intorno all'Acquario di Genova", Corinna Praga, Sagep. Avvertenza, avvertenza: la guida, nel descrivere gli itinerari, fa costante e dettagliato riferimento a tutti gli elementi del luogo. Leggetela quindi solo se avete una grande conoscenza e memoria di tutto il centro storico, o se siete a Genova e avete modo di visitare i posti in parallelo alla lettura. Ormai è introvabile, quindi chiedetemelo in prestito]


Genova nera e bianca.
Cacumine. Distanza.
Genova dove non vivo,
mio nome, sostantivo.

Genova mio rimario.
Puerizia. Sillabario.
Genova mia tradita,
rimorso di tutta la vita.

Genova in comitiva.
Giubilo. Anima viva.
Genova in solitudine,
straducole, ebrietudine.

Il finale di questo libro è stato per me quanto di più deludente. Il che però significa che il resto del libro era stato gradevole e avvincente. Ma soprattutto affascinante. In questa storia intricata i misteri si susseguono e si rincorrono in epoche diverse. Come il protagonista viene "intrappolato" in città da forze oscure, dall'amore, dalla curiosità, da richiami ancestrali, così noi lettori rimaniamo intrappolati per (quasi) tutto il libro in una città misteriosa, piena di meraviglie nascoste ad un primo sguardo e per questo ancora più affascinanti. Santa Maria di Castello non è più un luogo fisico, una chiesa antica o un insieme di caruggi, ma un posto magico, il nucleo di un mondo seminascosto e pieno di storie, esistente da sempre.
["Trittico del tempo. Un mistero sulle antiche tracce di Pellegro Piola e Dino Campana", Branchi Michele, Fratelli Frilli. Bello per la trama che ti intrippa e le ambientazioni piene di fascino, è in realtà un susseguirsi di cazzate dall'inizio alla fine. Sotto l'ombrellone]


Genova di limone.
Di specchio. Di cannone.
Genova da intravedere,
mattoni, ghiaia, scogliere.

Genova grigia e celeste.
Ragazze. Bottiglie. Ceste.
Genova di tufo e sole,
rincorse, sassaiole.

Genova tutta tetto.
Macerie. Castelletto.
Genova d'aerei fatti,
Albaro, Borgoratti.

Per avere qualche idea del numero di strati e straterelli che si sovrappongono in questa strano agglomerato, leggetevi le curiosità presenti su questo libretto. Quando camminiamo in una città, l'idea che l'ambiente in cui siamo prima di essere urbano fosse naturale, non ci sfiora minimamente; sembra quasi non concepibile: invece, facendo una qualsiasi passeggiata in centro, calpestiamo e attraversiamo fiumi e torrenti: avete un'idea di quanti? (considerate la cresta di monti che circonda la città..). E poi passaggi segreti per far scappare il principe, cisterne gigantesche, depositi di scheletri. Tutto sotto i nostri piedi.
["Genova sotterranea", curato da Capocaccia Orsini L., Bixio R., ERGA. Curiosello. Non vale la pensa comprarlo. Sempre ammesso che lo troviate. Chiedetemelo]

Genova che mi struggi.
Intestini. Caruggi.
Genova e così sia,
mare in un'osteria.

Genova illividita.
Inverno nelle dita.
Genova mercantile,
industriale, civile.

Genova d'uomini destri.
Ansaldo. San Giorgio. Sestri.
Genova in banchina,
transatlantico, trina.

Genova tutta cantiere.
Bisagno. Belvedere.
Genova di canarino,
persiana verde, zecchino. -> L'ultimo strato, di appena un secolo


[...continua...]

martedì 5 febbraio 2008

Baruffe chiocciotte 11

Per pubblicizzare questo libro, mi basterà dirvi che al ratùn, non esattamente noto per divorare libri, è piaciuto tantissimo!! Si chiama "L'importante è perdere" di Nicola Roggero e sono storie di sport. Beh, in realtà sono anche storie di vita, e si intrecciano con la Storia quella con la S maiuscola. Gli appassionati di sport apprezzerano molto, ma anche chi non gliene frega un cippalippa potrà affacciarsi in un mondo nuovo.
La prima storia del libro, poi, è stata determinante nel farmi scoprire lo spirito di uno sport meraviglioso: il rugby. Il mio amore per la palla ovale nasce due anni fa circa, insieme all'idea che se fossi nata da un'altra parte, se l'avessi scoperto prima, (e se avessi un altro fisico) forse avrei potuto dedicarmici anch'io.
Sabato mi sono goduta la prima partita del 6Nazioni Irlanda-Italia sul divano col grande Ale ed è stata proprio una visione coinvolgente ed emozionante. Il giorno dopo, amichevole Italia- Scozia a Mogliano, anche se i piccoli particolari che in campo ci fossero le nazionali b e che c'era un freddo boia si sono fatti sentire. Nonostante ciò è bastata la vista di due squadre fantastiche di bambini che giocavano prima della partita a ripagarmi degli inconvenienti e dei costi del biglietto.
La loro tenera età, la loro bravura incredibol, soprattutto di uno che da solo avrà fatto non so quante mete e la significativa presenza di una bambina, con tanto di ciuccetti, mi hanno commosso profondamente. Nel terzo tempo, anche la vista di alcuni esponenti delle due squadre dal vivo e da vicino mi ha turbato profondamente, ma diciamo in un altro senso...

Adesso c'è Ale che ha preparato le fettine alla pizzaiola, indi se permettete non me ne frega più nulla della palla ovale e vado a cibarmi. Fatevi prestare il libro dal ratùn e alla prossima..

venerdì 11 gennaio 2008

Baruffe chiocciotte 10 - Ancora (tu? ma non dovevamo vederci più?) dalla parte delle bambine

Tratto dal libro omonimo (del titolo) di Loredana Lipperini che sto leggendo ora: ci si riferisce ad uno studio su 109 bambini della scuola elementare tra il 2001 ed il 2002. (molto preoccupante, ma anche molto asd)

"Ma quando si chiede loro di descrivere i due sessi, e di attribuire ad entrambi degli aggettivi, le risposte sono chiarissime.
Al positivo le bambine si vedono così:
Gentili, educate, buone, [...], molto pazienti, [...], affettuose, carine, bellissime, [...], accoglienti, generose, [...].
Al negativo invece così:
Pettegole, [...], vanitose, [...], fragili, deboli.
Secondo i maschi invece le bambine hanno queste qualità:
molto dolci, hanno molta pazienza, gentili, belle, carine, [...], sexy, fiche, superdotate, faticatrici in casa, belle cuoche, addomestiche, [...], simili tra loro.
E questi difetti:
Troppe, ottuse, stupide, non capiscono niente, [...], deboli, senza forze, piagnone, [...], usano scarpe strane.

Contro prova. Il mondo maschile visto dalle bambine è, in positivo, fatto di esseri:
forti, muscolosi, coraggiosi, maturi, generosi, affettuosi, [...], belli, bravi, intelligenti, simpatici.
[...].
I maschi secondo se stessi, in bene;
forti, robusti, muscolosi, coraggiosi, [...], intelligenti, [...], resistenti, esperti, inventori, decisi, proteggono le femmine.
[...]

Dunque, bambini di nove-dieci anni maneggiano già la notevole consapevolezza che il loro sesso è stato, nei secoli, determinante per la storia e per la scienza e sanno di possedere già la forza che consentirà loro di proteggere le femmine. Non solo. Sia i bambini che le bambine usano l'aggettivo intelligente per definire il mondo maschile. [...] Ancora. Da entrambe le parti, per quanto riguarda la caratterizzazione delle femmine sono numerosi gli aggettivi che ne definiscono l'spetto fisico, le abilità nella mediazione e nella cura quando non, addiritura, la vocazione domestica. Infine. le bambine sono addirittura più prodighe di eggettivi negativi nei loro confronti. Perchè, [...], "interiorizzano precocente una cattiva considerazione di se stesse [...]"

[...]

Sono contento di essere nato maschio
Perchè i maschi sono più forti e le femmine fanno più lavori casalinghi.
Perchè gioco a pallone e studio sempre.
Perchè se fossi femmina dovrei indossare tutte le pagliacciate per essere alla moda.
Perchè i maschi sono più autonomi.
[...]
Perchè le femmini sono più fragili, malate e i maschi soffrono di meno.
Perchè i maschi hanno inventato tante cose, per esempio la nafta e la lampadina.
Perchè gioco a palla e non faccio mai i letti.
Sono felice di essere maschio per essere libero.
Mi piace essere maschio perchè sono forte, intelligente e femmine no.
Perchè i maschi possono ritirarsi più tardi e hanno sicuramente un lavoro.
Perchè siamo forti, belli, intelligenti e proteggiamo le femmine.
Perchè il maschio fa lavori più impegnativi come ad esempio il pilota.
[...]

Viceversa:

Sono contenta di essere nata femmina
[...]
Perchè potrò truccarmi, vestire alla moda e da grande curare i miei figli.
[...]
Perchè la maggior parte di esse sono più padrone delle cose di casa e di comandare al marito.
[...]
Perchè le femmine sono eleganti, pazienti e non sono arroganti.

I tra unici motivo di scontento da parte delle bambine sono motivati così:

Non sono contenta
Perchè potrei correre arrampicarmi fischiare essere libera.
Perchè mi tocca fare i letti dei miei due fratelli più grandi e a loro no, mai.
Perchè la femmina da poche mazzate e ne prende sempre più del maschio.

Ancora una volta, nel giro di pochi anni, tutte le caratteristiche attribuite, nei secoli, ai due sessi hanno trovato terreno fertile e spietate conferme. I maschi sono più liberi, forti e inteligenti, possono ambire a lvaori interessanti e non si occupano della gestione della casa e della famiglia. Le femmine [...] danno già per scontato che la cura domestica spetta a loro. [...]" [...] Si evince, ancora una volta, nelle bambine una certa propensione alla complicità e connivenza piuttosto che alla ribellione agli schemi prestabiliti".
Ultimo dato. Le bambine coltivano piccolissime ambizioni. Alla domanda "cosa farò da grande?", i maschi si sbizzariscono: saranno piloti, esploratori, astronauti, paracadutisti. [...] . In rarissimi casi, in questa vita felice, appare una compagna: se non come splendido elemento decorativo, nel caso di un bambino che vuole fare il calciatore e possedere una villa lussuosa, un'automobile potente e , infine, una bella moglie. Giustamente Bellafronte cita Simone de Beauvoir, quando rimarca, amaramente, che "l'amore è solo un'occupazione nella vita di un uomo, mentre per la donna è la vita stessa...La donna amata è solo un valore in mezzo ad altri valori; gli uomini vogliono integrarla alla loro esistenza, non inabissare in lei la loro intera esistenza. [...]"

Cosa vogliono diventare le bambine? Intanto suggeriscono dove saranno: al chiuso. [...]. I loro sogni sono rassegnati: le tanto sbandierate eroine (archeologhe, cacciatrici di vampiri, pilote di astronavi) sembrano aver lasciato poca traccia nei loro desideri. In misura molto maggiore restano i segni di quanto appreso in famiglia o, come vedremo, sui libri di scuola. [...]
Al massimo, "per diventare famosa", c'è un futuro da ballerina, o in una delle professioni che permettono di investire su un valore già considerato indispensabile. La bellezza."

venerdì 14 dicembre 2007

Baruffe chiocciotte 9

Disperavo, cari amici, di riuscire a scrivere un messaggio qui sul blog, prima di qualche secolo, visti i miei molteplici impegni. Poi mi sono accorta che oggi la lezione di Modelli statistici di comportamento economico corso progredito (per gli amici MSCE CP) era al computer, e allora eccomi qua...

Penserete che sono proprio una studentessa degenere a farmi (parzialmente) i cavoli miei durante la lezione. E invece no, perchè questo corso, nonchè Modelli Statistici Dinamici, non lo seguo perchè è nel mio piano di studi, perchè avrò un esame, perchè qualcuno mi chiederà i contenuti del corso, ma perchè mi piace. E basta.

Ci pensavo proprio oggi. Mentre Azzalini uno di noi (quello di modelli dinamici) faceva operazioni improbabili con matrici dal contenuto oscuro: "ma perchè sono qui???". Devo finire la relazione di econometria 2, stamattina mi sono dovuta alzare presto per fare la torta (scusa Giulia, se ho fatto rumore), ho un fidanzato che questi giorni si sta dimenticando di avere una fidanzata, perchè non ci sono mai. E io sono qui. Con mister simpatia Azzalaus.

Cos'è che mi spinge ad essere qui (oltre alla prospettiva di fare la tesi con quel figone di Paggiaro)? La curiosità. Dev'essere lei che mi spinge ogni giorno. Mi fa guardare fuori, mi fa aprire alle persone, agli altri.


"Come vorrei avere i tuoi occhi, spalancati sul mondo
come carta assorbente..." Francesco Guccini - Culodritto


E' vero, sì, ma la curiosità da sola non basta. Ci sono quei periodi di abulicità, che non te ne frega niente di niente. Ci fosse anche una sola motivazione per alzarti da letto la mattina. Ci fosse anche solo una domanda che ti scaturisce dal petto, e che ti fa emozionare quando ne cerchi un barlume di risposta. In tanti posti diversi ed apparentemente estranei fra loro. Niente. Rimane solo la curiosità cattiva. Quella maligna, quella inopportuna.

Cos'è allora che ti spinge? Che ti spinge ancora a monte della curiosità, e senza il quale la curiosità va a farsi friggere? L'amore. Non inteso in senso sentimentale (cioè, quello è un sottoinsieme).
Ecco a voi, per il nostro consueto momento letterario, Prima Lettera ai Corinzi, capitolo 13:



"Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l'amore,
sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.E se avessi il dono
della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la
pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi amore, non
sono nulla.E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo
per esser bruciato, ma non avessi amore, niente mi giova. [...]


Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.[...]"



Quel mitico vecchio dolce giovanissimo e freschissimo capitolo 13.
Per quando ti getti sopra le coperte stanca morta, hai quel leggero dolorino di capa dato dalla mancanza di sonno e continui a camminare, dici "non ce la farò mai" ma visto che già son qui non mi tiro indietro, sei pervaso da una felicità immane.



P.S: Che bello fare i modelli con LISREL!! Ora vi devo lasciare perchè mettiamo l'errore di misura in una delle endogene...


A proposito, chi di questi, nella foto del '65, è Trivellato? (Non si vede molto bene, lascio il link: http://www.webalice.it/nbruni1/Nicola_Bruni.html)



sabato 8 dicembre 2007

La febbre del sabato sera

In realtà, bisogna correggere il messaggio della segreteria telefonica. E il fatto che solo ora riusciamo a farlo la dice tutta sulle nostre condizioni psico-fisiche. La partenza per la toscana era stata sospesa ieri per la febbre del ratùn. Il fatto che la chioccia la scorsa notte abbia vomitato 7 volte ha marginalmente contibuito a confermare la decisione. In realtà, per non farci mancare nulla, visto che siamo una coppia completa, adesso la febbre è venuta a me.
[Ma, tranquillizzatevi, il topo ora sta bene e posso usufruire delle sue amorevoli cure].

Una menzione d'onore e un ringraziamento enorme con tutto il nostro cuoricino malato va ad Elena, che oggi è venuta a piedi (e dico a piedi) da casa sua a casa nostra per portarci i fermenti lattici e piccole derrate alimentari. Che immane gentilezza, nevvero, amici del blog?

Per concludere poi, qualcuno avrà notato che purtroppo siamo già a weekend inoltrato e non sono arrivate le baruffe chiocciotte. Il mio tempo d'autonomia in posizione eretta sta finendo, ma può bastare davvero poco per partorire una semplice e calda baruffa. Fra poco è Natale. Le giornate si accorciano, le serate si allungano e voi stravaccati sul divano e un po' rinco, avete bisogno di qualcosa di leggero ma che vi scaldi come un plaid di lana. "Canto di Natale" di Dickens in maniera intelligente e non melensa, riscalda il cuore a grandi e piccini, belli e brutti, glabri e Cavaz.

Buon proseguimento del finesettimana a tutti

giovedì 29 novembre 2007

Baruffe chiocciotte 7

In genere evito di decantare particolarmente i miei cantanti preferiti e di snocciolare agli altri nomi di canzoni che a me dicono tutto, ma a loro non dicono niente. In fondo ognuno ha i suoi gusti, che senso ha sciorinargli quella lista di album del '78 che dimenticherà dopo 10 minuti?


Visto però, che non tutti la pensano come me e in questo periodo c'è Piero che dice no alla pena di morte, Piero che dice no alla povertà, e Piero che dice no al colesterolo, è arrivato il momento di parlare di Mina.


E mi è venuto in mente l'altro giorno mentre ero in macchina e la radio passava "Sono come tu mi vuoi" cantata da Irene Grandi. Bella interpretazione, peraltro. E allora non avevo potuto fare a meno di richiamarmi alla mente quelle stesse note cantate da lei, nel lontanto 66, con quel suo misto di sensualità e aggressività che mette i brividi.
Mina canta più di 900 brani e una buona parte poteva farne molto tranquillamente a meno. Se vi dicessi che ogni sua canzone è unica bella eccezionale vi direi una cazzata. Infatti capita ogni tanto che io mi lasci attraversare dalle sue canzoni senza neanche farci caso. Poi succede quell'attimo in cui la canzone x, ti entra dentro e non ne esce più. Mentre guidi, mentre fai la doccia, mentre sei a letto e ti stai distruggendo pensando a qualcuno, mentre balli, mentre fai una passeggiata casuale, mentre pulisci camera con lo stereo a palla, e soprattutto mentre tenti di studiare e la tua mente che vaga nel vuoto o in qualche modello statistico (è più o meno la stessa cosa) capta quella strofa mai notata prima.

Il problema di Mina è che la mia generazione la conosce come una che canta musica melodica italiana. Ovviamente ciò è vero, ma in parte. Molto in parte, perchè Mina canta tutto: rock, jazz, liriche sacre, canzonette napoletane, motivetti brasiliani e nel 70, anche la formazione dell'Italia non mi ricordo se ai mondiali o agli europei (è vero,eh). E quando canta il rock è fantastica. Sto aspettando con ansia che mi spacchi i timpani interpretando Poison di Alice Cooper o qualche bella cosa dei Guns. Ma non temete, perchè al mio matrimonio si presenterà con un "sweet child 'o mine" tutto per noi.

Per apprezzare in tutta la sua potenza la regina (e il re, anche) del rock italiano: l'apice della sensualità in "E poi.." (che non quella famosa, "l'importante è finire" che anche quella fa e poi e poi e poi, è un'altra più bella) e "Ancora ancora ancora", inconcepibile in "Deborah", inaspettata in "Scettico blues", una carica in "Rock And Roll star" o "Tre volte dentro di me", poi "Fly me to the moon" e "These foolish things" ti metti in poltrona con una coperta e pensi, poi c'e "Senza fiato" che anche solo ascoltare il verso "senza fiato lasciami e poi" basta, anche perchè il resto della canzone fa cagare, poi c'è "Io vorrei, non vorrei ma se vuoi" e ce ne sarebbero chissà quante altre. Tentare di scremare la lista sul mio lettore mp3 e distinguere cosa può essere significativo per gli altri e cosa no è triste. O almeno, non fa per me. (tutti i succitati brani li trovate nel mio Windows media payer se abitate nel pollaio o, un minuto a brano di tuttissimi i brani, su http://www.minamazzini.com/ (link direttamente dalla pagina del blog)).


E, (stavo per fare una dimenticanza immane), ogni mercoledì escono sul suo sito le risposte di Mina su Vanity Fair!!!!!!


giovedì 15 novembre 2007

Baruffe chiocciotte 6

Rieccomi qua, e oggi con una grossa grassa puntata delle Baruffe Chiocciotte!!! Se non altro perchè è da quest'estate che mi sto gustando questo libro, anzi questi libri. Un pochino per volta, un capitolo al giorno, per assaporarne bene il gusto dolce, ma non dolciastro.
Contestualizziamo. é universale. L'ho prestato a mia "suocera" (usiamo questa parola, ma ancora con molte virgolette...) e lo presterò a mia madre che me l'ha già chiesto. Tanti (oddio, quanti...) anni fa io e le mie amiche volevamo trarne un "film" in cui recitare in prima persona. E quante volte abbiamo visto il film, quello vero...
Ma non avevo mai letto il libro. Fino a quando quest'estate, necessitando di una lettura-ombrellone, l'ho trovato e l'ho iniziato, pur pensandolo un filino troppo "naif" per la mia età. E invece no. Cioè, non che sia realista. Leggi la prima pagina e già dici: "Questi March si vogliono troppo bene per essere veri". Così tiri in ballo certa letteratura ottocentesca di scopo spudoratamente morale e moralista, coi personaggi più che stereotipati, e tanto amore e tanta felicità da fare quasi schifo. Come quando ingoi un cucchiaino di zucchero: ad alcuni piace, a me fa vomitare. E invece no, ancora una volta ti sei sbagliato. Dopo i primi capitoletti buttati giù a forza capisci che di stereotipato non c'è proprio niente. Che Louise May Alcott forse era molto più femminista di me.
Stiamo parlando della sua serie di 4 libri: "piccole donne", "piccole donne (i lettori di sesso maschile possono evitare di passare al post successivo arrivati a questo punto?) crescono", "piccoli uomini", "i ragazzi di Jo". Parliamo del fatto che tutte o quasi le ragazzine l'hanno letto e i ragazzini ovviamente non si machierebbero mai di questa colpa. Questo perchè per le femmine non c'è niente di strano nel leggere un libro con un maschio protagonista. I romanzi con le donne come protagoniste vengono bollati come "femminili" e li leggono solo le femmine. Bah.. E di tutte queste ragazzine che lo leggono, se gli chiedi chi vorrebbero essere, in quale delle quattro sorelle si riconoscono, tutte (la stragrande maggioranza) ti rispondono Jo. Se, invece, cambi esperimento e prendi tutte le ragazze che conosci e ti chiedi a quale delle quattro sorelle assomiglia di più, di Jo non ne trovi tante. Anzi, ce n'è una su 100...
Perchè esiste il genere "femminile" ma non quello "maschile"? E perchè voler essere Jo è ben diverso dall'essere come lei nella vita? Beh, a questo mi rispose (in parte) Simone de Beauvoir..

Non vorrei cambiare argomento, ma ne sono costretta. I miei pensieri mi portano inevitabilmente qui. Un GdS, anzi GdL (lettura) "femminismi comparati" in compagnia di Louise May Alcott e "il secondo sesso", sempre della succitata Simone. Da leggere parallelamente. Parlo sempre di Simone perchè leggere il suo libro mi ha cambiato e continuerà a farlo. Come ben sapete, sono un filino impegnata e incazzata quando si parla dei pregiudizi, degli schemi precostituiti e culturali che riguardano il nascere femminuccia piuttosto che maschietto. Non sono mai stata molto femminile, almeno all'inizio della mia carriera. [Odio lavare una pentola, odio farmi la piega così piuttosto che cosà ai capelli, odio pensare quanto cavolo è più difficile per me lavorare e fare figli, ecc. ecc.] Visto che rompo sempre le scatole a tutti con sta storia, non pensavo di avere io, anche io, proprio io (!!), idee, giudizi, attitudini sotterranei che arrivavano da quell che mi hanno sempre fatto credere voglia dire "essere donna". E così sono diventata più VERA, più io, nell'amore, nel curarmi, nel sesso, nel giudicare me stessa, nei progetti per il futuro. Ognuna leggendo quel pacco immane potrà capire qualcosa di sè che non aveva mai notato in vita sua. E magari liberarsene, una volta per tutte.. Ma Louise, va anche oltre Simone. Non scrive un saggio di 800 pagine, ma le sue Jo rivendicano il diritto di saltare le staccionate. Le sue Nan diventano dottoresse e zitelle, e, soprattutto le sue Daisy diventano casalinghe, cuoche, mogli e madri amorevoli, perchè è veramente quello che vogliono fare.. Più rivoluzionaria di così...

venerdì 9 novembre 2007

Baruffe chiocciotte 5

Le barruffe chiocciotte sono arrivate con 24 ore di ritardo. Ci scusiamo per il disagio.
Tema particolare, oggi, una compilation. Purtroppo non la trovate in vendita nei migliori negozi di dischi, ma è nata semplicemente ieri notte prima di addormentarmi. Nata dal mio lettore mp3, da "un signora Bovary" che si è piantato tra i polmoni ed il mio cuore, da una riproduzione in ordine alfabetico all'altezza della lettera V.

"Ma che cosa c'e' in fondo a quest'oggi
di mezza festa e di quasi male,
di coppie che passano sfilacciate
come garze stese contro il secco cielo autunnale,
di gente che si frantuma in un fiato
senza soffrire, senza capire
...


ma cosa c'e', cosa c'e'...
atrii a piastrelle di stazioni secondarie,"


"Cercò nel fondo di un cassetto
quella camicetta che le regalò.
E lui la tenne per la mano
come la teneva tanto tempo fa.
...

E al suono della loro danza
il vicinato addormentato si affacciò
e scese nella piazza scura
e molta gente giura che s’illuminò"

"Quando carica d'anni e di castità
tra i ricordi e le illusioni
del bel tempo che non ritornerà,
troverai le mie canzoni,"

"Vedi cara, è difficile spiegare, è difficile parlare dei fantasmi di una mente.

Vedi cara, tutto quel che posso dire è che cambio un po' ogni giorno e che sono differente.
Vedi cara, certe volte sono in cielo come un aquilone al vento che poi a terra ricadrà.
Vedi cara, è difficile spiegare, è difficile capire se non hai capito già.
Vedi cara, certe crisi son soltanto segno di qualcosa dentro che sta urlando per uscire.
Vedi cara, certi giorni sono un anno, certe frasi sono un niente che non serve più sentire.
Vedi cara, le stagioni ed i sorrisi son denari che van spesi con dovuta proprietà.
Vedi cara, è difficile spiegare, è difficile capire se non hai capito già.

Non capisci quando cerco in una sera un mistero d'atmosfera che è difficile afferrare.
Quando rido senza muovere il mio viso, quando piango senza un grido, quando invece vorrei urlare.
Quando sogno dietro a frasi di canzoni, dietro a libri e ad aquiloni, dietro a ciò che non sarà.
Vedi cara, è difficile spiegare, è difficile capire se non hai capito già.

Non rimpiango tutto quello che mi hai dato, che son io che l'ho creato e potrei rifarlo ora.
Anche se tutto il mio tempo con te non dimentico perché questo tempo dura ancora.
Non cercare in un viso la ragione, in un nome la passione che lontano ora mi fa.
Vedi cara, è difficile spiegare, è difficile capire se non hai capito già.

Tu sei molto anche non sei abbastanza e non vedi la distanza che è fra i miei pensieri e i tuoi.
Tu sei tutto, ma quel tutto è ancora poco, tu sei paga del tuo gioco ed hai già quello che vuoi.
Io cerco ancora, e così non spaventarti quando senti allontanarmi: fugge il sogno, io resto qua.
Sii contenta della parte che tu hai, ti do quello che mi dai, chi ha la colpa non si sa.
Cerca dentro per capir quello che sento, per sentir che ciò che cerco non è il nuovo, libertà!
Vedi cara è difficile spiegare, è difficile capire se non hai capito già."

"Ahi, Velasquez, dove porti la mia vita?
Un fiore di campo si è impigliato fra le dita,
...
Ahi, Velasquez, com'è duro questo amore
mi pesa la notte prima di ricominciare
e tante veglie, come soglie di un mistero
per arrivare sempre più vicino al vero."

"Quando in anticipo sul tuo stupore
verranno a crederti del nostro amore
a quella gente consumata nel farsi dar retta
un amore così lungo
tu non darglielo in fretta.."

"...
quando ti fermerò tra i due miracoli
di averti amata e perduta,
e li ti schiaccierò e li sarai finita
...
quando ti avrò battuta,
cacciata sulla luna,
dimenticata per sempre
e avrò cantato il giorno che tu non sei più niente...
Verrà la notte e avrà i tuoi occhi,
verrà la notte con i tuoi occhi."


Rispettivamente: Signora Bovary (Francesco Guccini), Valsinha (Chico Buarque, cantata da Mia Martini), Valzer per un amore (Fabrizio De Andrè), Vedi cara (Francesco Guccini), Velasquez (Roberto Vecchioni), Verranno a chiederti del nostro amore (Fabrizio De Andrè), Verrà la notte e avrà i tuoi occhi (Roberto Vecchioni)

giovedì 1 novembre 2007

Baruffe Chiocciotte 4

Quanta vita sul blog!! Così tanta, che quasi dispiace aggiungere carne al fuoco con un altro mio post. Ma oggi è giovedì, e non potrei mai e poi mai saltare l'appuntamento con le baruffe chiocciotte, causa l'estremo disagio che provocherei altrimenti nelle vite dei miei fans. Oggi è la festa di tutti i Santi, ma anche il compleanno della mia mamma. Niente di più indicato allora di un libricino, che ho appena tirato fuori, qui vicino a me. "Vita di mamma Margherita" Un roba piccina, semplice, ma estremamente carina, che mi regalò, eggià qui mi commuovo al solo pensiero, nonna Valeria per la mia laurea. (La mitica signora Valeria sarebbe la nonna di Jacopo). Mamma Margherita è la mamma di Don Bosco. Ha una vita estremamente semplice, estremamente dura, ed estremamente bella. Perchè i santi non sono solo quelli canonizzati, quelli con le statue nelle chiese, quelli dei pellegrinaggi. E questo libretto, oltre a farmi piangere come una fontana, mi ha fatto capire quanti ce ne siano nel quotidiano, nella vita ordinaria, intorno a me. "Se esiste la santità delle estasi e delle visioni, esiste anche quella delle pentole da pulire e delle calze da rammendare"
Ho capito tardi, come molti altri, quanto mia madre fosse a suo modo eroica. Quando pentole, calzini e tutte le altre incombenze sono passate a me.

Son stata 10 minuti buoni a cercare la frase per continuare il discorso. E non l'ho trovata. Questo significa che è meglio che sto zitta. E che lascio a voi il compito di scoprire cosa volessi dire: chiedendomi il libro.
Se avete appena finito di leggere un libro di 1000 pagine che nessun vostro coetaneo ha mai letto e siete sfincati, o se il vostro livello di lettura impegnata non supera "La gazzetta dello sport", o se vi state chiedendo in questo momento a cosa siete destinati nella vita, se qualcosa di piccolo o qualcosa di grande... chiedetemi sto coso, che ve lo leggete in 3 giorni, tanto.

Chioccia

giovedì 18 ottobre 2007

Baruffe chiocciotte 3

"Amore investe il mio animo
come il vento che piomba sulle querce montane"


So bene, cari amici, che dallo scorso giovedì non facevate altro che apettare il solenne e piacevolissimo appuntamento con le baruffe chiocciotte e il suo magico mondo di sogni e poesia. Oggi sono qui con una mia cara e vecchissima amica: Saffo.
Saffo è una donna, è una poetessa e vive e scrive un buon numero di secolo prima di Cristo. Dai frammetni poetici di lei rimasti si deduce che era a capo di un tiaso. Cos'era il tiaso? Il tiaso era un'istituzione abbastanza comune a quell'epoca ed aveva lo scopo di educare le ragazze prima della loro vita matrimoniale. L'istruzione impartia comprendeva la pratica di lavori femminili, la buona educazione, la musica, nonchè l'omoerotismo che era alla base dei rapporti intercorrenti tra le ragazze e Saffo.., ma questo per i greci era normale (secondo Simone De Beauvoir è sempre normale, ma questa è un'altra storia). Cose che si dicono di Saffo: era brutta come la morte e si suicidò. Vero o no, Saffo è l'emblema della poesia d'amore. Un amore fantastico da vivere, ma che dopo un momento di esaltante giovinezza se ne va, se ne va sposa, perchè quello è il suo destino, ed è giusto così. E giusto che ora sia solo e solamente del suo sposo. Ecco allora l'esaltazione di Afrodite, le dolcissime richieste di soccorso alla dea, la struggente malinconia di amori dolcissimi e perduti. Strettamente collegate alla poesia stessa di Saffo si segnalano "L'ultimo canto di Saffo" di un altro mio vecchio amico, il Giacomino Leopardi (che inizia con quei due versi lì che mi fanno morire) e "Il cielo capovolto - ultimo canto di Saffo", di Vecchioni. Stare qui a fare discorsi teorici su com'è è bella la poesia della Saffo non mi paice, do la parola alle sue emozioni di donna libera e viva (dopo 28 secoli)

"Chi dice che la più bella cosa sopra la terra
sia un esercito di cavalieri,
altri di fanti o di navi, io dico:
quello che si ama

[...] vorrei vedere il suo passo amabile,
il fulgore luminoso del volto,
piuttosto che carri di Lidia,
il soldati, le armi"



"Sinceramente, vorrei morire"
Mi lasciava e piangeva

e mi diceva:
"Quanto soffriamo, Saffo,
io non vorrei ma ti lascio"

Ed io le rispondevo:
"Va', e sii felice, e ricordati
di me, tu sai quanto t'ho amata

Se no, sarò io a riportartele
alla memoria [...] le cose belle vissute

le corone di viole e di rose [...]

le tante collane di fiori
attorno al tenero collo [...]

[...]l'unguento[...]il profumo regale,
il morbido letto [...] il desiderio placato[...]

nessuna cerimonia da cui fossimo assenti


Fatevi prendere voi ora dal frammento 31, che non riporto. Se li volete tutti vi presto il Paduano. Cos'è il Paduano??? Cos'è il Paduano?????? Ve lo dico alla prossima puntata

giovedì 11 ottobre 2007

Baruffe chiocciotte 2 (lungo)

MINERVA JONES
"Sono Minerva, la poetessa del villaggio,
fischiata, schernita dagli Yahoos della strada
per il mio corpo goffo, l'occhio guercio, il passo barcollante,
e tanto più quando "Butch Weldy"
mi prese dopo una caccia bestiale.
M'abbandonò al mio destino dal dottor Meyers,
e sprofondai nella morte, col gelo che saliva dai piedi,
come a chi s'immerga più e più in un fiume di ghiaccio.
C'è qualcuno che vada al giornale,
e raccolga in un libro i versi che scrissi?
Ero così assetata d'amore!
Ero così affamata di vita!"

Edgar Lee Masters - Antologia di Spoon River


Cari amici del blog, che giorno è oggi? Giovedì!! E poteva mancare la vostra chioccia, che poi è un'elefantessa, all'appuntamento delle "Baruffe chiocciotte" che ricordiamo essere una rubrica di recensioni? Sì, poteva benissimo. Tuttavia non manco all'appuntamento, perchè vado a proporvi un gioiellino: l'Antologia di Spoon River. Uno di quei libri che pur non essendo un capolavorone della letteratura ti cambia l vita quel tanto che basta. Per chi non sa cos'è: nell'America a cavallo tra l'800 e il 900, il signor Edgar Lee Masters ha l'idea geniale di prendere un paese di provincia (Spoon River) appunto, e mettere in bocca ad ogni abitante che giace morto nel piccolo cimitero una poesia che racconti della sua vita. A volte sono riflessioni intimistiche, a volte storie di vita legate ad altri personaggi. (Ad esempio, sopra ho riportato l'epitaffio di Minerva Jones, una degli abitanti del villaggio. Il libro riporta anche gli epitaffi di Butch Weldy e Doctor Mayers, citati nella poesia).
Lessi per la prima volta l'Antologia a 15 anni. Non mi rimase molto dentro, a parte che ogni tanto credevo di essere Emily Sparks. Poi un mesetto fa il libro mi ricapita tra le mani. Ed inizio a rileggerlo, ma in un modo innovativo: ogni volta che in una poesia viene citato un altro personaggio salto a leggere il suo epitaffio. In una ricorsa da storia a storia, da vita a vita, da personaggio a personaggio. Per assaporare ancora di più quei legami forti che la vita crea in una piccola comunità e che Masters riproduce in maniera decisamente gustosa. Così, a fine settembre, mentre me ne tornavo a casa mi sono trovata in un intercity pur non essendo lì: in realtà ero a Spoon River:
tante scelte di vita, tanti sbagli, tanti rimpianti, ma anche molte gioie, molti bei ricordi gelosamente custoditi, tante rabbie che la morte non ha spento, ma anche molti amori che sopravvivono.
Chi vive in un piccolo paese se lo gusterà di più, ma questa in realtà è una lettura per tutti quelli che stanno cercando un posto nella piccola comunità umana e stanno scegliendo il loro destino.
Con l'augurio, come dice il suonatore Jones di finire con mille ricordi, e nemmeno un rimpianto...

La chioccia

P.S. Ma è un libro di poesia, non posso leggerlo, diranno i miei piccoli lettori! Sbagliato: che è un libro di poesia lo dimenticherete già dopo la prima pagina. Anzi, la sua struttura è molto comoda se volete leggere qualcosa di breve o che potete potete chiudere e riprendere con flessibilità

venerdì 5 ottobre 2007

Baruffe chiocciotte 1

Questo titolo, benchè non abbia assolutamente senso, mi sembra sufficientemente culturale per la rubrica di recensioni che sto per varare. La chioccia, che fa? Sta tutto il giorni lì ferma a covare. Che palle! Allora nel frattempo divora grosse quantità di libri, che poi andrà a consigliare (o sconsigliare) ai gentili utenti del blog.

Francesco Guccini, Loriano Machiavelli
Un disco dei Platters - romanzo di un maresciallo e una regina
Mondadori

In questo libro c'è la montagna. Anzi, no, siamo più precisi (la montagna c'è in un sacco di posti, anche a Biella), c'è l'appenino tosco-emiliano. Non so se più tosco o più emiliano. Ci sono gruppi di case di pietra serena sparse tra sentieri e mulattiere che attraversano il bosco. C'è il piccolo paese. Che d'estate si popola di villeggianti che arrivano dalla città. E allora i bambini, sia quelli paesani che quelli in vacanza, si riuniscono per giocare insieme. E c'è il gruppo dei giovani, che va al vecchio mulino ad arrostire salsicce e bere vino. Alle fiere si comprano i brigidini, e... Non continuo, perchè a qualcuno di voi tutto questo avrà già iniziato a ricordare qualcosa, molte parole fa.
In realtà in questo libro ci sono anche molte cose in più. Qualche morte misteriosa. La storia dell'Italia sullo sfondo. Anzi, più che sullo sfondo dentro. Dentro la storia di tutti i personaggi. Tra cui il Maresciallo Santovito che, per ragioni oscure, si innamora di quei monti (e non solo) e torna.
Se ogni tanto non disdegnate di leggere qualche giallo, senza per forza relegarlo a genere da 15 agosto sotto l'ombrellone, se pensate che "la storia siamo noi" e quella storia vi piace, e se, come me, avete un cuore intrappolato in un grappolo di case, in un sentiero tra i boschi, in un cumulo di pietra serena, e in un groviglio di legami tra personaggi improbabili (e, come me, non spaete neanche voi perchè), questo è il libro per voi.

La chioccia (Marghe)