è la primaveeraaaaaaaaaaaaaooh…
eeeehhhh, è la primavera… respiriamo nuovi amori aspettando che sia primavera, arrivano le rondini, sbocciano i fiori, battono i cuori, cala la palpebra, spuntano le gemme e gli amici si laureano.
E queste lauree lasciano in bocca il sapore delle emozioni per le avventure felicemente conclusesi, del vino (asd), ma anche il sapore un po’ più amarognolo delle cose che non ritornano.
Sto parlando semplicemente della sensazione di indeterminatezza che ho avuto alla domanda “allora, noi quand’è che ci rivediamo?”, fatta quando si saluta. Non c’è più una risposta predeterminata (es. domani/mensa?/ mercoledì in piazza/tra un mesetto quando vengo) perché mano a mano viene a cadere la routine in comune con tante persone. E questo toglie alla vite qualche sicurezza e tanti piccoli piaceri.
Quando sono andata via io non ho sentito quasi niente. Come una ceretta, uno strappo e via. Anzi, ricostruiamo quei piccoli momenti di cui forse non ho parlato qui. Era un mercoledì mattina prima di Natale e io stavo aprendo il banchetto di Mani Tese davanti a Feltrinelli, quando il telefono mi avverte che Nunatac mi avrebbe preso. Il cuore mi batte forte mentre incarto il primo vocabolario, dando luogo ad un pacchetto ancora più precario del solito. Ma il tempo di abbandonarsi alle emozioni fortunatamente non c’è. La sera ci perdiamo tra le campagne padovane per festeggiare il tutto con una mega piadina. L’indomani raduno il mio valigione per le vacanze natalizie e spulcio i siti di annunci milanesi. Il venerdì mattina parto per Milano: da oggi casa Perin non sarà più la mia casa (tranquille, ragazze! ho scritto casa con la lettera piccola..). Menomale, anche in questo caso, non ho tempo di pensarci: parlo col capo, mi lancio nella visita di tre appartamenti, torno in azienda per la festa natalizia, mi muoiono i piedi per il dolore dei tacchi. Alla fine della giornata il treno mi porta a Genova. Poi il Natale a casa, e il resto lo sappiamo tutti: dopo l’Epifania si inizia a lavorare.
Forse lo sento solo ora questo dolcissimo e amarissimo distacco. Prima tutto questo piccolo mondo di certezze esisteva ancora, solo che lo io lo guardavo da lontano, da una finestra. Ora sento che piano piano si sta sgretolando e niente, o quasi, sarà come prima.
Il che non è necessariamente un male: non diventeremo peggiori, semplicemente diversi da come siamo ora. L’ultimo giorno delle superiori sentivo fortissimo il rumore di una porta che si chiudeva. Mia mamma mi disse che ci chiudeva una porta, ma si sarebbe aperto un portone.
Sono anni che di porte nuove ne ho infilate un po’ e posso dire che aveva ragione lei con quella sua frase naif.
Però in questo momento mi sento comunque legatissima a Padova, a quello che era il mio e il vostro modo di vivere, a chi resta e a chi se va, capendo tutte le sue difficoltà.
E pensare che volevo scrivere sto post solo per dire che io non so cosa farei, cosa pagherei per esserci alla cena di stasera…













