martedì 9 giugno 2009
venerdì 5 giugno 2009
La vita in rosa - Fèn (terza e ultima parte)
...Segue dai due post precedenti...
Vedi, noi siamo tutti un po’ “borghesi”. Affatto inteso come credo politico, o atteggiamento con gli altri o come situazione economica. Parlo di come siamo fatto e ci includo dentro anche quelli più open-minded perché anch’io mi son sempre ritenuta tale. Il male ci fa più male quando avviene nel nostro mondo, nel nostro ambiente e al contrario riusciamo a neutralizzarlo di più quando avviene in ambienti culturalmente/economicamente/socialmente dal nostro. Perché quando il male avviene in contesti, appunto, malfamati ci sembra naturale e ci fa meno male. Ritorniamo a noi: le immagini sono tanto più un pugno nello stomaco perché il luogo della guerriglia era situato tra quella che era casa mia e il centro storico. Sui quei marciapiedi c’ho aspettato l’autobus, c’ho passeggiato, c’ho fatto la spesa. Ma anche perché era un quartiere “bene”, in cui ci fa strano vedere queste scene. Un quartiere di quelli ottocenteschi, coi palazzi massicci e i giardini curati. I viali e le deliziose gelaterie.
Non so se tutto questo ci sarebbe rimasto così impresso se fosse avvenuto, chessò, tra le acciaierie di Cornigliano, in certe zone “non sicure” del vicoli, nei quartieri “popolari”.
L’unica cosa certa, in questa vicenda, è che ogni male resterà impunito. E che molti punti, nonostante l’abbondanza di materiali documentari, resteranno sempre oscuri. Saremo davvero nati e morti nel paese delle mezze verità?
[E bravo Lucarelli, comunque, un documentario davvero fatto bene. Preciso, cronologico, documentato. Ma con un’anima e con un cuore. Grazie]
“Sangue su sangue non macchia
va subito via”
L’ultimo pugno nello stomaco, per non farmi mancare niente, è stato leggere un argutissimo libro di Camilleri sul linguaggio di Provenzano nei suoi famosi “pizzini”. Innanzitutto, è un libro consigliato e scritto divinamente. Attraverso esempi ed aneddoti si entra nel linguaggio della mafia, ma anche nella sua sostanza.
Le trasmissioni ed i libri di questi giorni, più le notizie delle ultime settimane, accendono riflettori abbaglianti ognuno su aspetti diversi, anche se magari lontani tra loro, del sistema “potere” in Italia. Non sto a dilugarmi su ciò che io penso riguardo ad ogni singola questione, altrimenti parte un infervoro e uno sproloquio che si sa quando inizia e non si sa quando finisce. E probabilmente tornerei a casa anche con un bel mal di stomaco.
Complessivamente, vi posso dire di non aver un briciolo di fiducia nella nostra classe politica. Vorrei semplicemente, come tanti, dire solo che non fiducia in Berlusca. Ma non ci riesco.
Non ho alcuna fiducia nel “sistema Italia”; ho molta fiducia in ogni singolo italiano. Perché so a cosa è sopravvissuto da anni; anzi, da decenni. È sopravvissuto egregiamente, riuscendo comunque a riempire ogni giorno di briciole di allegria. E questo senza che la politica ne avesse alcun merito. Quindi lo saprà fare ancora, e ancora.
E poi, lunedì vi saprò dire se, a cambiare, ce l’ha fatta non dico l’Italia, ma almeno una comunità di 2000 persone.
“La legge in un paese alla deriva
fa sì che la giustizia sia un po’ riflessiva
e per fare valere le tue ragioni
dovrai aspettare due o tre generazioni
e nei tribunali in archivi segreti
c’è la storia d’Italia di tutti i partiti
e siccome nessuno è senza peccato
si può ricattare tutto lo Stato.
Di questo alla Camera non ha parlato
e neanche al Senato”
Vedi, noi siamo tutti un po’ “borghesi”. Affatto inteso come credo politico, o atteggiamento con gli altri o come situazione economica. Parlo di come siamo fatto e ci includo dentro anche quelli più open-minded perché anch’io mi son sempre ritenuta tale. Il male ci fa più male quando avviene nel nostro mondo, nel nostro ambiente e al contrario riusciamo a neutralizzarlo di più quando avviene in ambienti culturalmente/economicamente/socialmente dal nostro. Perché quando il male avviene in contesti, appunto, malfamati ci sembra naturale e ci fa meno male. Ritorniamo a noi: le immagini sono tanto più un pugno nello stomaco perché il luogo della guerriglia era situato tra quella che era casa mia e il centro storico. Sui quei marciapiedi c’ho aspettato l’autobus, c’ho passeggiato, c’ho fatto la spesa. Ma anche perché era un quartiere “bene”, in cui ci fa strano vedere queste scene. Un quartiere di quelli ottocenteschi, coi palazzi massicci e i giardini curati. I viali e le deliziose gelaterie.
Non so se tutto questo ci sarebbe rimasto così impresso se fosse avvenuto, chessò, tra le acciaierie di Cornigliano, in certe zone “non sicure” del vicoli, nei quartieri “popolari”.
L’unica cosa certa, in questa vicenda, è che ogni male resterà impunito. E che molti punti, nonostante l’abbondanza di materiali documentari, resteranno sempre oscuri. Saremo davvero nati e morti nel paese delle mezze verità?
[E bravo Lucarelli, comunque, un documentario davvero fatto bene. Preciso, cronologico, documentato. Ma con un’anima e con un cuore. Grazie]
“Sangue su sangue non macchia
va subito via”
L’ultimo pugno nello stomaco, per non farmi mancare niente, è stato leggere un argutissimo libro di Camilleri sul linguaggio di Provenzano nei suoi famosi “pizzini”. Innanzitutto, è un libro consigliato e scritto divinamente. Attraverso esempi ed aneddoti si entra nel linguaggio della mafia, ma anche nella sua sostanza.
Le trasmissioni ed i libri di questi giorni, più le notizie delle ultime settimane, accendono riflettori abbaglianti ognuno su aspetti diversi, anche se magari lontani tra loro, del sistema “potere” in Italia. Non sto a dilugarmi su ciò che io penso riguardo ad ogni singola questione, altrimenti parte un infervoro e uno sproloquio che si sa quando inizia e non si sa quando finisce. E probabilmente tornerei a casa anche con un bel mal di stomaco.
Complessivamente, vi posso dire di non aver un briciolo di fiducia nella nostra classe politica. Vorrei semplicemente, come tanti, dire solo che non fiducia in Berlusca. Ma non ci riesco.
Non ho alcuna fiducia nel “sistema Italia”; ho molta fiducia in ogni singolo italiano. Perché so a cosa è sopravvissuto da anni; anzi, da decenni. È sopravvissuto egregiamente, riuscendo comunque a riempire ogni giorno di briciole di allegria. E questo senza che la politica ne avesse alcun merito. Quindi lo saprà fare ancora, e ancora.
E poi, lunedì vi saprò dire se, a cambiare, ce l’ha fatta non dico l’Italia, ma almeno una comunità di 2000 persone.
“La legge in un paese alla deriva
fa sì che la giustizia sia un po’ riflessiva
e per fare valere le tue ragioni
dovrai aspettare due o tre generazioni
e nei tribunali in archivi segreti
c’è la storia d’Italia di tutti i partiti
e siccome nessuno è senza peccato
si può ricattare tutto lo Stato.
Di questo alla Camera non ha parlato
e neanche al Senato”
giovedì 4 giugno 2009
La vita in rosa - Fèn (seconda parte)
[Attenzione: questo post è stato frazionato. Indi la prima parte è il post precedente; leggetelo prima di codesto! ]
Ho scoperto vie costellate di palazzi medioevali e più, ma anche piccoli quartieri nuovi, ben costruiti, e che nascondono dettagli incredibili tipo un piccolo canale, con chiusa stile navigli, corredato da una minuscola chiesetta.
(Scusate; c’è Mina che canta “Un anno d’amore” in spagnolo; chiudo gli occhi e mi faccio un altro viaggio mentale. In attesa di quello –reale- di quest’estate)
In serata non ho assistito al torneo di Pes – i partecipanti mi scuseranno della mia asocialità – perché presa da una puntata di Report che mi interessava moltissimo: si parlava di sviluppo urbano, progettazione urbanistica; e, in quanto argomenti collegati, il mercato immobiliare in Italia, il prezzo degli affitti alle stelle ecc. Come sempre il confronto con gli altri paesi europei è schiacciante e ne esci fuori con uno strano contorcimento alle budella che è il solito misto di incazzatura e rassegnazione. Gli amministratori delle nostre città non sanno assolutamente guardare un centrimetro al di là del presente (non pretendo secoli o decenni, basterebbe anche meno), ma questo, chissà perché, non era un’incredibile novità per nessuno.
“Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame, che non sa cos'è il pudore,
si credono potenti e gli va bene quello che fanno;
e tutto gli appartiene.
Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!”
Il lunedì abbiamo proseguito con le disavventure metereologiche: era la giornata dedicata alla gita a Bologna. (In serata si spiega il perché di cotanta decisione: il ratùn ha furbescamente insistito per concedermi una gita in un giorno assolumente scevro di avvenimenti sportivi, in modo che non rompessi i coglioni in qualche successivo weekend con gare cruciali). Ci siamo presi pioggia e pioggerella tutto il giorno ma almeno ho visto almeno una volta Bologna: era scandaloso non averci mai messo piede dopo tutte le volte che ci sono passata in treno.
(Intanto Mina canta “Parole Parole” in spagnolo mentre Javier Zanetti fa la voce maschile. Ecco, se la facevano fare alla voce elettronica che annuncia le fermate del tram probabilmente ci metteva più personalità)
Uno spettacolo indimenticabile è stata la puntata di “Blu notte” sul G8 di Genova. Sono stata costretta a dividere il video in tre pezzi e guardarne una parte al giorno, perché non riuscivo a sopportare oltre. Non solo il male che veniva fatto, ma la gratuità con cui lo si faceva. Da tutte e due le parti. L’impossibilità di identificare in maniera univoca dei “cattivi”, dei “colpevoli”. Lo strumentalizzazione, l’uso di menzogne, la mancanza di vergogna. Le pozzangere di sangue.
[...continua sulla terza parte...]
Ho scoperto vie costellate di palazzi medioevali e più, ma anche piccoli quartieri nuovi, ben costruiti, e che nascondono dettagli incredibili tipo un piccolo canale, con chiusa stile navigli, corredato da una minuscola chiesetta.
(Scusate; c’è Mina che canta “Un anno d’amore” in spagnolo; chiudo gli occhi e mi faccio un altro viaggio mentale. In attesa di quello –reale- di quest’estate)
In serata non ho assistito al torneo di Pes – i partecipanti mi scuseranno della mia asocialità – perché presa da una puntata di Report che mi interessava moltissimo: si parlava di sviluppo urbano, progettazione urbanistica; e, in quanto argomenti collegati, il mercato immobiliare in Italia, il prezzo degli affitti alle stelle ecc. Come sempre il confronto con gli altri paesi europei è schiacciante e ne esci fuori con uno strano contorcimento alle budella che è il solito misto di incazzatura e rassegnazione. Gli amministratori delle nostre città non sanno assolutamente guardare un centrimetro al di là del presente (non pretendo secoli o decenni, basterebbe anche meno), ma questo, chissà perché, non era un’incredibile novità per nessuno.
“Povera patria! Schiacciata dagli abusi del potere
di gente infame, che non sa cos'è il pudore,
si credono potenti e gli va bene quello che fanno;
e tutto gli appartiene.
Tra i governanti, quanti perfetti e inutili buffoni!”
Il lunedì abbiamo proseguito con le disavventure metereologiche: era la giornata dedicata alla gita a Bologna. (In serata si spiega il perché di cotanta decisione: il ratùn ha furbescamente insistito per concedermi una gita in un giorno assolumente scevro di avvenimenti sportivi, in modo che non rompessi i coglioni in qualche successivo weekend con gare cruciali). Ci siamo presi pioggia e pioggerella tutto il giorno ma almeno ho visto almeno una volta Bologna: era scandaloso non averci mai messo piede dopo tutte le volte che ci sono passata in treno.
(Intanto Mina canta “Parole Parole” in spagnolo mentre Javier Zanetti fa la voce maschile. Ecco, se la facevano fare alla voce elettronica che annuncia le fermate del tram probabilmente ci metteva più personalità)
Uno spettacolo indimenticabile è stata la puntata di “Blu notte” sul G8 di Genova. Sono stata costretta a dividere il video in tre pezzi e guardarne una parte al giorno, perché non riuscivo a sopportare oltre. Non solo il male che veniva fatto, ma la gratuità con cui lo si faceva. Da tutte e due le parti. L’impossibilità di identificare in maniera univoca dei “cattivi”, dei “colpevoli”. Lo strumentalizzazione, l’uso di menzogne, la mancanza di vergogna. Le pozzangere di sangue.
[...continua sulla terza parte...]
mercoledì 3 giugno 2009
La vita in rosa - Fèn (prima parte)
[Attenzione: questo post andrà in onda in forma frammentata per venire incontro alle vostre capacità mentali]
Mi mancano da raccontare questi ultimi giorni, in cui ho fatto sostanzialmente la cura del sonno. Ricordiamo a chi si fosse perso qualche puntata precedente, che ero a Padova da venerdì scorso e, da allora a stamattina, mi sono sorbita praticamente da sola il ratùn e le sue incombenti manie (vedere il suo post sullo sport domenicale nel suo blog per averne un qualche esempio).
C'è da dire però che forse anche lui ha qualcosa da lamentarsi con me: vi ricordate per esempio della mia imbarazzante idea di andare dal piadinaro in bici? Potevamo noi rinunciare a quest’idea? Ovviamente no, perché domenica alle 12 circa, quando è uscito il sole siamo subiti usciti, senza aver fatto merenda, e abbiamo percorso kilometri di piste ciclabili in un romantico paesaggio bord-de-canal. Il cielo, dopo che il sole si era ritirato, era “a pecorelle” e di un colore tragicamente vicino al blu scuro. Una volta arrivati a Caselle di Selvazzano Dentro, una località col cui nome si commenta da sola, il fidato piadinaro Zio Toni era prevedibilmente chiuso. Cinque minuti dopo aver pronosticato un suo imminente svenimento, Jacopo cambia idea decidendo di non fermarci in nessun posto alternativo perchè doveva farsi le mozzarelle in carrozza una volta a casa. Ripetizione in direzione opposta dei tre quarti d’ora di bici. Inspiegabilmente, il vento rimaneva sempre invariabilmente contrario.
Ma questa serie di post non doveva essere dedicata al Giro d’Italia? Eh sì, perbacco, allora bisognerà almeno dire che è finito. È finito in maniera estremamente prevedibile ma non mi sono persa neanche l’ultima tappa (nella location del centro di Roma) scucchiaiando la mia vaschetta Grom. Nonostante il secondo in classifica, Di Luca, non avesse alcuna possibilità di rimonta sul primo, Menchov, era molto bello sentire le voci concitatissime di Cassani e Bulbarelli gridare al “finale trhilling” e alla “incredibile suspence”. In realtà quando Menchov è caduto a un kilometro dal traguardo mettendo, almeno per una manciata di secondi, tutto in dubbio anch’io sono rimasta col cucchiaino in mano e la bocca aperta. Poi nessuna sorpresa, ha vinto lui, e meritatamente. Però davvero è stato un bel Giro. E davvero i suoi protagonisti sono stati agguerriti e fino all’ultima tappa, fino all’ultimo secondo, il che non fa mai male. Addirittura per qualche attimo abbiamo potuto pensare che anche un traguardo volante (traguardi intermedi che nessuno si è mai cagato di striscio) potesse contare qualcosa ai fini della competizione finale.
Per me, è stato davvero emozionante andare in “Giro” per l’Italia, anche solo con la mente. Molto perché è stato un tuffo in un passato bello e dimenticato. Ma non solo. Da tanto leggo libri di viaggi. Perché è il modo più economico di farsi una vacanza. E anche il Giro, per certi versi, è così.
Un’altra cosa di cui mi sono innamorata (perché tradizionalmente le cose le scopri di più quando ti mancano) è Padova e la sua possibilità di girare in bici. Mi piace tantissimo andare in bici; è la mia personale, vivace e –ancora economica- sensazione di libertà completa. Tornando da Selvazzano, domenica, ma anche ieri in una passeggiata, scoprivo posti di Padova centro in cui in due anni e mezzo non avevo mai messo piede. Il che è un po’ surreale, visto che non si tratta certo di una grande città. [..]
Mi mancano da raccontare questi ultimi giorni, in cui ho fatto sostanzialmente la cura del sonno. Ricordiamo a chi si fosse perso qualche puntata precedente, che ero a Padova da venerdì scorso e, da allora a stamattina, mi sono sorbita praticamente da sola il ratùn e le sue incombenti manie (vedere il suo post sullo sport domenicale nel suo blog per averne un qualche esempio).
C'è da dire però che forse anche lui ha qualcosa da lamentarsi con me: vi ricordate per esempio della mia imbarazzante idea di andare dal piadinaro in bici? Potevamo noi rinunciare a quest’idea? Ovviamente no, perché domenica alle 12 circa, quando è uscito il sole siamo subiti usciti, senza aver fatto merenda, e abbiamo percorso kilometri di piste ciclabili in un romantico paesaggio bord-de-canal. Il cielo, dopo che il sole si era ritirato, era “a pecorelle” e di un colore tragicamente vicino al blu scuro. Una volta arrivati a Caselle di Selvazzano Dentro, una località col cui nome si commenta da sola, il fidato piadinaro Zio Toni era prevedibilmente chiuso. Cinque minuti dopo aver pronosticato un suo imminente svenimento, Jacopo cambia idea decidendo di non fermarci in nessun posto alternativo perchè doveva farsi le mozzarelle in carrozza una volta a casa. Ripetizione in direzione opposta dei tre quarti d’ora di bici. Inspiegabilmente, il vento rimaneva sempre invariabilmente contrario.
Ma questa serie di post non doveva essere dedicata al Giro d’Italia? Eh sì, perbacco, allora bisognerà almeno dire che è finito. È finito in maniera estremamente prevedibile ma non mi sono persa neanche l’ultima tappa (nella location del centro di Roma) scucchiaiando la mia vaschetta Grom. Nonostante il secondo in classifica, Di Luca, non avesse alcuna possibilità di rimonta sul primo, Menchov, era molto bello sentire le voci concitatissime di Cassani e Bulbarelli gridare al “finale trhilling” e alla “incredibile suspence”. In realtà quando Menchov è caduto a un kilometro dal traguardo mettendo, almeno per una manciata di secondi, tutto in dubbio anch’io sono rimasta col cucchiaino in mano e la bocca aperta. Poi nessuna sorpresa, ha vinto lui, e meritatamente. Però davvero è stato un bel Giro. E davvero i suoi protagonisti sono stati agguerriti e fino all’ultima tappa, fino all’ultimo secondo, il che non fa mai male. Addirittura per qualche attimo abbiamo potuto pensare che anche un traguardo volante (traguardi intermedi che nessuno si è mai cagato di striscio) potesse contare qualcosa ai fini della competizione finale.
Per me, è stato davvero emozionante andare in “Giro” per l’Italia, anche solo con la mente. Molto perché è stato un tuffo in un passato bello e dimenticato. Ma non solo. Da tanto leggo libri di viaggi. Perché è il modo più economico di farsi una vacanza. E anche il Giro, per certi versi, è così.
Un’altra cosa di cui mi sono innamorata (perché tradizionalmente le cose le scopri di più quando ti mancano) è Padova e la sua possibilità di girare in bici. Mi piace tantissimo andare in bici; è la mia personale, vivace e –ancora economica- sensazione di libertà completa. Tornando da Selvazzano, domenica, ma anche ieri in una passeggiata, scoprivo posti di Padova centro in cui in due anni e mezzo non avevo mai messo piede. Il che è un po’ surreale, visto che non si tratta certo di una grande città. [..]
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