Che poi, tutte le diverse idee di Genova, che riporterò una ad una, in molti casi, secondo me, si conoscono. E si confrontano tra loro. Citandosi a vicenda fino a formare un intreccio complicato di riferimenti: ci sono versi messi come dedica all’inizio del libro, altri messi in bocca al protagonista del libro, altri usati per descrivere luoghi.
Amare e capire chi ha amato la tua stessa città è un altro segno d’amore per la città stessa. Una specie di senitrsi parte di un amore collettivo per una creatura. Niente emoziona di più di una poesia o una canzone che sembra scritta apposta per la persona che ami. Il poeta sembra condividere con te lo stesso identico ardore, la stessa identica meraviglia. Invece è per un’altra. Ma chi se ne frega..
Genova in salamoia,
acqua morta di noia.
Genova di mala voce.
Mia delizia. Mia croce.
Genova d'Oregina,
lamiera, vento, brina.
Un po’ come quando persone diverse fotografano lo stesso posto, che il posto è sempre lui, ma è impresso diverso sulla pellicola. Di immagini della città, mi vengono in mente, tra tutte le svariatissime che ho visto, quelle di “Agata e la tempesta”. Quel film sarò andata a vederlo al Sivori, quel bel cinema in cima a salita Santa Caterina. O all’America di via Colombo, quell’altro che ti accoglie col pavimento patternato di vecchie locandine colorate, che ti fa pensare a quanti film vorresti vedere e non hai ancora visto. Invece no, era l’Odeon di Corso Buenos Aires.
(Corso Buenos Aires è uno dei posti più anonimi del mondo, ma rimane nel mio cuore per la successione di elementi che ho fatto diventare miei: le vetrine del negozio di scarpe che ha pure le Oxs, il gelato di Romoli con la sua panera (sigh!), la fermata del 44, la rosticceria di cui sbirciare i piatti del giorno, il cinema Odeon di cui scoprire la programmazione di settimana in settimana.)
Il film avrò deciso di vederlo proprio per la sua locandina vista tanti giorni di seguito dal 44: protagonista spaparanzata sulla sdraio su sfondo arancione. Di esso mi è rimasto, sfumato dagli anni, una vaga sensazione di piacevolezza della trama, immagini di Genova come sfondo alla vita, e l’evento chiave del film che avviene proprio in uno dei luoghi da me più calpestato, fotografato, visto.
Genova nome barbaro.
Campana. Montale, Sbarbaro.
Genova dei casamenti
lunghi, miei tormenti.
Genova di sentina.
Di lavatoio. Latrina.
Genova di petroliera,
struggimento, scogliera.
Genova di tramontana.
Di tanfo. Sottana.
Genova d'acquamarina,
area, turchina.
Allora, dicevamo, che sarà capitato anche a voi, no?, di ascoltare una canzone, o vedere un film, o leggere una poesia. E dopo un po’ vi accorgete che parla proprio di una persona che conoscete, e magari è anche quella che amate. E quelle parole non descrivono altro che i particolari di lui/lei che più amate-odiate-portate impressi dentro.
Quel Natale costrinsi i miei a regalarmi il cofanetto di cd di Mina da Del mio meglio 1 a Del mio meglio 9. Nell’iniziare quell’abbuffata un po’ indistinta di tante canzoni nuove da assaggiare tutte insieme, non era certo quella del cd n.4 in un’indistinguibile lingua che notai di più. Invece, poi mi accorsi che l’inesauribile Mina cantava in genovese, e cantava “Ma se ghe pensu”. Collezione un po' stereotipata di posti visti e rimasti nel cuore, e pensati nella lontananza. Anche se non sono un emigrato genovese da decenni in Argentina, avrò anch'io la mia lista di buoni motivi per tornare a Genova ogni tanto, se non altro perchè "riveddo o Righi e me s'astrenze o chêu" o "a séia Zena illûminâ" (che vogliamo parlare di quando è sera e dalla sopraelevata ti fai un'infilata di luci, quelle del porto, quelle delle finestre della palazzata, quelle della città aggrappata sulle alture immediatamente retrostanti? Mi ricordo quella sera che ho pianto. Ma lì era complice Sweet Child 'o Mine, dall'autoradio della cinquecento blu che tanto mi manca, e stavo considerando quanto ero una persona fortunata).
Genova di luci ladre.
Figlioli. Padre. Madre.
Genova vecchia e ragazza,
pazzia, vaso, terrazza.
Genova di Soziglia.
Cunicolo. Pollame. Trilia.
Genova d'aglio e di rose,
di Pré, di Fontane Masrose.
Genova di Caricamento.
Di Voltri. Di sgomento.
Genova dell'Acquasola,
dolcissima, usignuola.
Dai 15 anni, quando mi regalarono l’opera di De André, ai 19 “Creusa de ma” fu l’unico album che non mi cagai di striscio: era in genovese, non ci capivo nulla. Se lo ascoltavo mi scivolava addosso e non mi lasciava niente. Quando decisi di partire per Genova, iniziai a scoprirlo curiosa masticandone il significato con le traduzioni. Ma in fondo quanto potevano darmi canzoni che parlano di qualcosa che non conoscevo affatto?
È stato dopo, dopo che ho scoperto lei e l’ho vissuta, che ho captato un sincronismo strano tra città e brani. A parte il testo, che ok, è in genovese e parla di Genova. Sembra che la musica stessa abbia il ritmo della città vecchia, certi giorni, anche se ovviamente tra i vicoli non ci sono i musicisti a suonare la vastissima gamma di strumenti del Mediterraneo che Fabrizio usa. O forse è che le sue canzoni sono impregnate di Mediterraneo, e la città pure. E non tanto per la nazionalità di chi incroci in via Pré. Ma a prescindere. Sarà il ritmo suo intrinseco. Vedi, non se ne esce.
Ma anche Fabrizio, caro, l’aveva capito. Non a caso fonde nella musica i suoni del mercato del pesce. Allora è come se tu, mentre ascolti, vivi nella città. Che io me la immagino sempre piena di sole. Prima sbarchi giù al porto “ne sciurtìmmu da u mä pe sciugà e osse da u Dria a a funtan-a di cumbi 'nta cä de pria” (1) e ti ripari nelle solide mura della città, tenere e materne nonostante siano impregnate di unidità e salsedine. La città ti offre un ricco menù di cibi strani “paciûgu in aegruduse de lévre de cuppi” (2) e, alla faccia dell’accoglienza materna, esperienze esotiche più o meno succulente come la Jamin-a della seconda canzone (non traducibile qui..vedi mai ci leggesse qualche under 18…).
Ma anche se la città ti tiene tra le sue tette come la notte di Ligabue, un po’ porca un po’ mamma com’è, resti chissà perché vincolato a quel mare fortemente luminoso d’“'a corda marsa d'aegua e de säche a ne liga e a ne porta 'nte 'na creuza de mä” (3).
Se il solo attacco musicale di Creuza de ma, quello col piffero, basta a farmi sentire in Canneto il lungo, i testi altrettanto trasportanti di 4 ore di Intercity sono quelli di “città vecchia”, ma soprattutto “A’ cimma”, già citacchiata in altri post, e piena di sfumature e profumi “Ti t'adesciàe 'nsce l'èndegu du matinch'à luxe a l'à 'n pè 'n tera e l'àtru in mà” (4)
Finora ho parlato di situazioni idilliache legate alla città: rifugio, pesce, sesso. Ma la città raramente si dona così. Più spesso si raggruma in rovine di dolore.
"e doppu u feru in gua i feri d'ä prixúne
'nte ferie a semensa velenusa d'ä depurtaziún
perchè de nostru da a cianûa a u meü
nu peua ciû cresce ni ærbu ni spica ni figgeü
ciao mæ 'nin l'eredítaë
l'è ascusa'nte sta çittaë
ch'a brûxa ch'a brûxa
inta seia che chin-ae
in stu gran ciaeu de feugu
pe a teu morte piccin-a" (5)
Ma questa è un’altra storia. Fatta di tante, ripetute storie di guerra. E di questo ne parleremo la prossima volta.
Genova tutta colore.
Bandiera. Rimorchiatore.
Genova viva e diletta,
salino, orto, spalletta.
Genova di Barile.
Cattolica. Acqua d'Aprile.
Genova comunista,
bocciofila, tempista.
Genova di Corso Oddone.
Mareggiata. Spintone.
Genova di piovasco,
follia, Paganini, Magnasco.
alla fontana dei colombi nella casa di pietra
(2) pasticcio in agrodolce di lepre di tegole (gatto)
(3) corda marcia d'acqua e di sale
che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare
(4) Ti sveglierai sull'indaco del mattino
quando la luce ha un piede in terra e l' altro in mare
(5) e dopo il ferro in gola i ferri della prigione
e nelle ferite il seme velenoso della deportazione
perché di nostro dalla pianura al molo
non possa più crescere albero né spiga né figlio
ciao bambino mio l'eredità
è nascosta
in questa città
che brucia che brucia
nella sera che scende
e in questa grande luce di fuoco
per la tua piccola morte.
2 commenti:
Basta Margheeeeeeeeeeeeee!!!
Scherzo, dai...
asd
Ma qui non si aggiorna mai... siete peggio di Vally!
asd
Posta un commento