Visualizzazione post con etichetta cibo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cibo. Mostra tutti i post

domenica 17 febbraio 2008

a Zena cöse ti ghe vêu tornâ?! 3

"Che Genova non è mai una cosa sola.
Ma sempre due cose assieme, o tre, o quattro.
Sempre, in ogni suo luogo, circostanza e anima"


Sono solo 24 ore, diamine, eppure la Genova della domenica mattina cambia completamente faccia da quella del sabato. è pressoche deserta, algida, ariosa. E dire ariosa di Genova, quanto di più stretto e sacrificato esiste tra roccia ed acqua, è proprio una cosa inusuale. Perchè, allora, girare la città di mattina, quando potevo benissimo farlo di pomeriggio, momento del giorno sicuramente più affolato di gente?
Se ti stai facendo questa domanda, sicuramente non sei genovese. Perchè se tu lo fossi, sapresti benissimo che oggi pomeriggio c'è il derby Genoa-Samp e sapresti ancora meglio, da sempre, che tale appuntamento è immancabile, inevitabile e imprescindibile. L'attesa di QUELLE squadre in QUELLO Stadio (che sia il Ferraris il vero, condiviso, cuore della città?) si sente palpabile nell'aria già da giorni.

Ma questa è una cosa diversa. Stamattina c'ero io, io solo, e visto che sono marchigiana e non soggetta all'inevitabile schieramento, di palpabile non c'era proprio niente, almeno per me. Beh, in realtà, una tensione c'era: ai miei polpacci. I poveri (e ciò basta a definire il mio stato di forma) hanno risentito della morfologia non esattamente piatta dell'agglomerato urbano e non mi permettono di scendere. Salite sì, agevolmente, discese no, che mi fanno un male boia. Qui ci vuole un itinerario ad hoc.
Grazie alla capillarità ed efficenza della mai abbastanza lodata AMT vado a scoprire, tramite funicolare, piazza Sant'Anna. La funicolare mi consegna su alla circonvallazione a monte, e appena dietro l'imponente viabilità inventata dal nulla poco più di un secolo fa (e che ora appare l'unica esistente) si scorge quella preesistente. Quella appoggiata lì, sul fianco del costone roccioso, da quando gli uomini sanno trasportare merci con imbarcazioni e muli, cioè un bel po' di anni fa. Sempra quasi che i palazzoni ottocenteschi siano dei paraventi, delle quinte di un teatro, così convincenti da sembrare l'unica realtà. Appena dietro, piazza S.Anna. Piazza viene chiamata qui a Genova, anche se è solo un delizioso luogo di sosta per chi sale, in forte pendenza anche questo, chiaro, con l'immancabile chiesa conventuale e la prospettiva così sghemba che un architetto ultramoderno e strambo che doveva costruirla a posta così, non ci riusciva.
Ma si diceva che dovevo costruire un itinerario mirato e solo in salita. Ecco allora, un ideale porto-castelletto che per ridiscendere da lì c'è l'ascensore. Al porto l'aria fresca spazza via tutto. Rimangono solo i turisti a fare la fila per entrare all'acquario e il cielo, come al solito sgombro di nubi. La sopraelevata e le palme.
Ma due passi, e la Superba mi risucchia. Da qui a castelletto sarà quasi sempre il Medio Evo a farci da sfondo. Solo largo Zecca è una profonda incisione fin-de-siecle nel territorio urbano. Si supera quella, e si ritrova l'immancabile creuza in salita, quella nascosta da tutto il resto, sì, le quinte ottocentesche. Questa mi sputa in luoghi pazzecchi, in un'altra piazza con chiesa dalla forma e dall'architettura poco credibili. La creuza continua a salire, fiancheggiata da abitazioni altissime di gente fortunata le cui finestre si affacciano sopra i giardini odorosi, sopra la città e sopra il mare, offrendo ad ognuno prospettive sghembe ed originalissime, alcune delle quali tra caseggiati, muri di calce e cancelli riesco a catturare anch'io. Sono luoghi più abitati, questi, anche di domenica mattina, dalle famiglie, dai parrocchiani e dai bambini con la bandiera del Genoa.
La trita e ritrita spianata non riesce neanche stavolta, mannaggia a lei, a lasciarti indifferente e superiore. è sempre come la prima volta, come accade per gli abbracci della persona che ami.

Ascensore di Castelletto. 18. Casa di Jacopo. Pranzo con le nonne, dopo che i fratelli dello sport invernale hanno finito di guardare l'interminabile biathlon.
Ed ecco, l'appuntamento che più ho aspettato nei miei tre anni di permanenza a Genova: vedere un derby in A. Contestualizziamo. Se il Bene e il Male decidessero, assumendo sembianze umane e gigantesche, di affrontarsi una volta per tutte sulle alture genovesi, uno coi piedi su Borzoli l'altro su Quezzi, i genovesi si dimostrerebbero meno interessati all'esito della sfida. E non solo i genovesi "target medio del tifoso": tipo uomini giovani o meno giovani del tipo "Bar sport". No, le sorti di tutti, delle ragazzine, dei bambini, delle coppie di vecchietti, delle madri di famiglia sembrano essere appese al risultato finale di quella stracavolo di partita. E nonostante questo, nonostante ci sia un'attesa enorme intorno, una sfida verbale a riguardo tra le due compagini che si protrae per non so quanto tempo, esso rimane sostanzialmente una festa, una festa di sport.




Ma quello di oggi (a parte che, lo aspetto da anni e doveva capitarmi proprio adesso che il calcio non mi piace più di tanto?) all'inizio non mi ha coinvolto affatto. Solo la precedente pennichella mi ha salvato dal crollare sul divano. Mano a mano la sfida si è intensificata, per lasciare spazio ai momenti finali di suspance. Ehm..è con somma riconoscenza e grande sollievo che vorrei ringraziare l'U.C. Sampdoria, in particolare nella persona del Signor Antonio Cassano per aver vinto la partita che altrimenti chi cavolo lo sopportava il ratùn per un lasso di tempo tristemente lungo susseguentesi la partita stessa?

Alla fine della serata, come una ciliegina sulla torta, un regalo grande grande, anche se per tutti sembra la cosa più normale e scontata del mondo: la possibilità di scorpacciarmi una focaccia al formaggio. Un grazie enorme alla famiglia Barbieri per questo squisito pensiero di invitarmi al ristorante dove preparano questa chicca senza glutine. (Questi giorni ho mangiato come un maiale)

sabato 20 ottobre 2007

Analisi del mercato

Ho sempre pensato che il luogo da visitare per capire meglio lo spirito di una città fosse il mercato (alimentare). Finora ne ho visti tanti e tanti sono così belli ed emozionanti da girare. Sto pensando, ad esempio, alla Vucciria e a Ballarò a Palermo. A quando a Parigi sono voluta per forza andare nello stesso mercato in cui si svolgeva la scena fondamentale de “Il favoloso mondo di Amelie”. A quello colorato di Nizza. A quando a Genova andavo ogni sabato, come la casalinga di Voghera, al (fantastico) mercato Orientale a fare scorte di formaggio, carne, frutta e verdura. Adesso è la volta di piazza delle Erbe, e, oggi, la piacevolissima scoperta, il mercato a Venezia, vicino a Rialto. Pieno di banchi di frutta, di pescivendoli, di gente in fila per l’aperitivo. Non sopporto l’opulenza immediata e sfacciata che occhieggia dagli scaffali di supermercati enormi. Adoro quella piccola ricchezza di ogni giorno, abbondare con allegria in mille banchi diversi. Gli odori, i colori. I besagnini invece della bilancia che premi il tasto (anche quelli odiosissimi che ti chiamano “Signora”). La possibilità di scegliere lo stesso tipo di frutta in tante bancarelle diverse, sentendosi per una volta un po’ donna di casa. Il magico rito di girare tutti gli stand per vedere qual è il prezzo migliore. L’estasi davanti al banco del formaggiaio, quello pieno di gente, che ti da quello buono, e ha mille forme esposte ognuna con un nome diverso.

Una cosa di cui non mi capacito ancora è quanto sia magica Piazza delle Erbe a Padova. Oltre allo stupendo Palazzo della Ragione. La mattina accoglie te, che arrivi pedalicchiando allegro, carica di bancarelle e resti organici buttati per terra. Già dopo pranzo, nel pomeriggio un po’ sonnolento, tutta sta mercanzia sparisce nel nulla per lasciare posto ad una piazza un po’ deserta, a malapena riempita dai tavolini dei bar. Con quella luce un po’ così, direi crepuscolare, che dà quel tono strano al palazzo della ragione. Di sera, soprattutto qualora sia mercoledì, è piena di giovini nonché di bottiglie. E la mattina dopo ritorna al punto di prima… e io ho l’impressione di essere sempre in un posto diverso…
Piaza delle Erbe è piazza nel vero e proprio senso di piazza. Qualcosa che a Genova forse è esistito per certi aspetti (Banchi?), che ora non esiste (piazza de Ferrari non è una "piazza piazza", è uno slargo immane che hanno fatto 100 anni fa buttando giù tutto) e probabilmente non esisterà più. I genovesi mi contraddicano se credono

Fine della digressione urbanistica

Chioccia