venerdì 5 giugno 2009

La vita in rosa - Fèn (terza e ultima parte)

...Segue dai due post precedenti...

Vedi, noi siamo tutti un po’ “borghesi”. Affatto inteso come credo politico, o atteggiamento con gli altri o come situazione economica. Parlo di come siamo fatto e ci includo dentro anche quelli più open-minded perché anch’io mi son sempre ritenuta tale. Il male ci fa più male quando avviene nel nostro mondo, nel nostro ambiente e al contrario riusciamo a neutralizzarlo di più quando avviene in ambienti culturalmente/economicamente/socialmente dal nostro. Perché quando il male avviene in contesti, appunto, malfamati ci sembra naturale e ci fa meno male. Ritorniamo a noi: le immagini sono tanto più un pugno nello stomaco perché il luogo della guerriglia era situato tra quella che era casa mia e il centro storico. Sui quei marciapiedi c’ho aspettato l’autobus, c’ho passeggiato, c’ho fatto la spesa. Ma anche perché era un quartiere “bene”, in cui ci fa strano vedere queste scene. Un quartiere di quelli ottocenteschi, coi palazzi massicci e i giardini curati. I viali e le deliziose gelaterie.
Non so se tutto questo ci sarebbe rimasto così impresso se fosse avvenuto, chessò, tra le acciaierie di Cornigliano, in certe zone “non sicure” del vicoli, nei quartieri “popolari”.

L’unica cosa certa, in questa vicenda, è che ogni male resterà impunito. E che molti punti, nonostante l’abbondanza di materiali documentari, resteranno sempre oscuri. Saremo davvero nati e morti nel paese delle mezze verità?
[E bravo Lucarelli, comunque, un documentario davvero fatto bene. Preciso, cronologico, documentato. Ma con un’anima e con un cuore. Grazie]

“Sangue su sangue non macchia
va subito via”


L’ultimo pugno nello stomaco, per non farmi mancare niente, è stato leggere un argutissimo libro di Camilleri sul linguaggio di Provenzano nei suoi famosi “pizzini”. Innanzitutto, è un libro consigliato e scritto divinamente. Attraverso esempi ed aneddoti si entra nel linguaggio della mafia, ma anche nella sua sostanza.

Le trasmissioni ed i libri di questi giorni, più le notizie delle ultime settimane, accendono riflettori abbaglianti ognuno su aspetti diversi, anche se magari lontani tra loro, del sistema “potere” in Italia. Non sto a dilugarmi su ciò che io penso riguardo ad ogni singola questione, altrimenti parte un infervoro e uno sproloquio che si sa quando inizia e non si sa quando finisce. E probabilmente tornerei a casa anche con un bel mal di stomaco.
Complessivamente, vi posso dire di non aver un briciolo di fiducia nella nostra classe politica. Vorrei semplicemente, come tanti, dire solo che non fiducia in Berlusca. Ma non ci riesco.
Non ho alcuna fiducia nel “sistema Italia”; ho molta fiducia in ogni singolo italiano. Perché so a cosa è sopravvissuto da anni; anzi, da decenni. È sopravvissuto egregiamente, riuscendo comunque a riempire ogni giorno di briciole di allegria. E questo senza che la politica ne avesse alcun merito. Quindi lo saprà fare ancora, e ancora.

E poi, lunedì vi saprò dire se, a cambiare, ce l’ha fatta non dico l’Italia, ma almeno una comunità di 2000 persone.

“La legge in un paese alla deriva
fa sì che la giustizia sia un po’ riflessiva
e per fare valere le tue ragioni
dovrai aspettare due o tre generazioni
e nei tribunali in archivi segreti
c’è la storia d’Italia di tutti i partiti
e siccome nessuno è senza peccato
si può ricattare tutto lo Stato.
Di questo alla Camera non ha parlato
e neanche al Senato”

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